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Un progetto didattico dell'Università degli Studi di Macerata

Il cinese per gli studenti con DSA: l’esperienza di “Inclusione 3.0”

Il cinese per gli studenti con DSA: l’esperienza di “Inclusione 3.0”

Quali metodologie di insegnamento possono agevolare l'apprendimento della lingua cinese per gli studenti con DSA? L'Università degli Studi di Macerata sta sperimentando un nuovo approccio didattico, nell'ambito del progetto "Inclusione 3.0".

Ci racconta questa esperienza Francesca Gesù, docente di cinese all'Università degli Studi di Macerata e all'Istituto Confucio.

Tanti sogni in comune, lo sguardo allegro e curioso dei vent’anni, la voglia di superare i propri limiti e di conoscere, di crescere, di imparare. Niko, Angelica, Beatrice e Jonathan, studenti dell’Università degli Studi di Macerata, hanno però anche sempre avuto in comune una grande difficoltà: imparare le lingue straniere.

È effettivamente complesso per le persone con dislessia riuscire a studiare con profitto un’altra lingua: “il non poter capire nulla dell’inglese mi ha sempre fatto soffrire immensamente”, confessa Niko, il più aperto e solare dei quattro. Angelica, la più introversa, annuisce e non nasconde un velo di tristezza: “io non ci capisco niente. Una docente mi ha detto che sono stata il suo più grande fallimento”.

Proprio le difficoltà e il malessere riscontrati in questi studenti sono stati la miccia che ha innescato l’attuarsi di un progetto completamente nuovo in Italia: l’insegnamento del cinese a studenti con dislessia.

IL PROGETTO

All’interno del più ampio progetto Inclusione 3.0, attraverso il quale l’Università Di Macerata si sta battendo per permettere l’inclusione scolastica di studenti con disturbi specifici di apprendimento e studenti con disturbo dello spettro autistico, nella primavera del 2017 è iniziato anche il corso di lingua cinese per studenti con dislessia. La proficua collaborazione tra la professoressa Catia Giaconi, referente del progetto Inclusione 3.0 e docente di Pedagogia e Didattica Speciale dell’Università degli Studi di Macerata e il professor Giorgio Trentin, direttore dell’Istituto Confucio di Macerata, ha permesso di mettere in atto quello che si può chiamare un percorso pionieristico in Italia, pensato e strutturato meticolosamente dalle parti coinvolte.

In particolare, l’organizzazione del corso ha visto l’attuarsi di più fasi: la prima è stata di preparazione del programma e delle lezioni, momento fondamentale di dialogo e cooperazione tra esperti della didattica per studenti con dislessia ed esperti di didattica della lingua cinese. Per entrambe le parti, questa fase del lavoro è risultata estremamente complessa: riuscire ad armonizzare le particolari necessità degli studenti con quelle del “classico” insegnamento del cinese è stato un lavoro arduo e di grande portata sperimentale, i cui frutti sono stati visibili soltanto all’interno della seconda fase del progetto, cioè quella delle lezioni di cinese vere e proprie. Un totale di trenta ore d’insegnamento per un corso che ha completamente stravolto le tipiche dinamiche delle lezioni di cinese in Italia.

Infine, un’ultima fase: il viaggio in Cina. Nella ferma convinzione che sia impossibile studiare il cinese senza aver mai visitato la Cina, ai ragazzi è stata offerta la possibilità di frequentare un corso estivo presso l’Università Normale di Pechino, nonché l’occasione di visitare alcuni dei luoghi più famosi della capitale cinese.

PERCHE’ IL CINESE

Si è scelto il cinese in primo luogo per la sua scrittura. Al contrario delle lingue europee prevalentemente studiate in Italia, la lingua cinese non è alfabetica, ma si serve di caratteri, cioè di unità grafiche di significato. Il progetto vuole quindi sperimentare la possibilità che, eliminando completamente una delle fonti di difficoltà per i dislessici, cioè la sequenza di lettere, l’assimilazione della lingua possa risultare più fluida.

Com’è noto, uno tra i problemi riscontrabili nei soggetti dislessici è la difficoltà di decodificare le lettere e le parole della propria madrelingua in modo sequenziale, mentre ciò non è necessario nella lettura della lingua cinese. Ogni carattere è un’unità che, una volta riconosciuta dal lettore, non ha bisogno di venire scissa in lettere e sillabe, ma ha un proprio valore semantico.

È significativo ed importante sottolineare la vera e propria passione scoperta dagli studenti per caratteri cinesi: curiosità, interesse e voglia di imparare hanno creato un mix propulsivo che ha spinto le docenti a dedicare parte delle lezioni al solo studio dei caratteri, con risposta estremamente positiva.

La scelta della lingua cinese è stata dovuta, inoltre, al fatto che la grammatica della lingua cinese è abbastanza schematica e consente la creazione di “frasi modello” che gli studenti possono seguire in modo intuitivo. Ciò può aiutarli ad eliminare il senso di frustrazione provato nello studio di altre lingue: soltanto attraverso l’introduzione di nuovi termini, i ragazzi si sono trovati a creare frasi corrette in modo autonomo, abbassando notevolmente il livello di disagio iniziale e il pregiudizio nei confronti della lingua straniera. Infine, la motivazione.

Studiare quella che viene definita ormai su scala mondiale “la lingua del futuro” ha allettato i ragazzi coinvolti ed è stato fattore stimolante allo studio.

UN METODO NUOVO

Niente trascrizione fonetica dei caratteri cinesi: il pinyin, cioè il metodo di trascrizione fonetica che si utilizza comunemente e che è una delle prime nozioni che in genere si insegna agli studenti di cinese, non è stato introdotto. Si è infatti preferito non “alfabetizzare” il cinese, ma si è lasciato che gli studenti ascoltassero le pronunce dei caratteri e le appuntassero come preferivano per ricordarle nel modo più congeniale.

Un esempio: la frase “che cosa vuoi?”, che in trascrizione pinyin dovrebbe essere scritta "nĭ yào shénme?", è stata trascritta come “ni iao shenma?” dai ragazzi, i quali, lasciati liberi di trascrivere sul foglio i suoni che sentivano senza essere costretti in una trascrizione fissa, non hanno poi praticamente mai avuto problemi di memorizzazione.

No anche all’approccio grammaticale: il criterio seguito è sempre stato quello comunicativo. Le due docenti, una madrelingua cinese e una italiana, hanno spinto i ragazzi ad utilizzare e ripetere “frasi tipo”, attraverso momenti di role playing, giochi di ruolo e simulando situazioni di vita reale anche con l’utilizzo di materiali ad hoc.

Il tutto in un ambiente armonico e divertente, diventato quasi familiare alla fine del corso, che ha visto incontri anche al di fuori dell’aula universitaria, come la “lezione-cena”al ristorante cinese, durante la quale gli studenti hanno dovuto mettere in pratica quanto imparato precedentemente.

Quanto agli argomenti scelti, il corso è stato organizzato per ambiti tematici: la presentazione di sé, il cibo cinese e le dinamiche del ristorante, gli hobbies, le indicazioni stradali. Scelti con il criterio dell’utilità, si è pensato di insegnare termini e frasi che sicuramente gli studenti si sarebbero trovati a riutilizzare o a riascoltare una volta in Cina.

IL CAMPUS ESTIVO

La storica piazza Tian’An Men, il maestoso Tempio del Cielo, l’armonioso Palazzo D’estate e la Grande Muraglia, famosa in tutto il mondo: la Cina non ha deluso Niko, Angelica, Beatrice e Jonathan, né gli accompagnatori e i tutor, anche loro studenti universitari, che li hanno seguiti ed aiutati durante tutto il percorso di studio. Tuttavia, nessuno fa mistero del fatto che le lezioni alla Normal University sono state molto pesanti e difficili.

Il tentativo e la sfida sono stati proprio quelli di inserire i ragazzi, fino a quel momento “cullati” in lezioni di cinese pensate appositamente per loro, nella tipica situazione dell’insegnamento del cinese per studenti stranieri, con lo scopo di mettere in condizione loro stessi, gli insegnanti e tutti quanti coinvolti nel progetto di valutare la solidità e la validità del metodo proposto in Italia.

In questo nuovo contesto, gli studenti non sono riusciti a memorizzare pienamente i contenuti delle lezioni proposte, i materiali sono sembrati troppo difficili, il pinyin ha creato loro non pochi problemi, così come la presenza di un unico docente madrelingua senza l’appoggio del docente italiano. Il risultato, quindi, è stato quello di confermare la necessità di continuare nell’impegno ad una didattica mirata per studenti con dislessia, sia in Italia che in Cina, continuando nella direzione attuale.

GLI OBIETTIVI FUTURI

“Facciamo, facciamo!” scrivono i ragazzi, pieni del consueto e contagioso entusiasmo, quando viene chiesto loro di esprimere la volontà di continuare a studiare il cinese. Per loro, quindi, è in programma il secondo anno di corso, mentre si pensa anche a far partire un nuovo primo anno.

Sul volo di ritorno da Pechino verso l’Italia, due delle tutor hanno voluto registrare le voci dei compagni, chiedendo loro di esprimere le proprie opinioni sull’intero percorso svolto dall’inizio delle lezioni fino al viaggio in Cina. Ed è proprio sulla base delle loro idee che si costruiranno le lezioni future, nel tentativo di migliorare l’intero progetto per continuare ad andare incontro alle loro difficoltà.

La sperimentazione dei nuovi metodi è in atto e sta iniziando a coinvolgere lo studio di moltissimi testi specialistici sia italiani che cinesi. L’obbiettivo finale è quello di fare in modo che l’insegnamento del cinese a studenti con dislessia possa diventare la normalità, anche attraverso la creazione di appositi testi di riferimento.

Per informazioni: Francesca Gesù francesca.gesu@hotmail.it 

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