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In riferimento a episodi di controlli ossessivi sugli studenti durante la didattica a distanza

Mani in alto, sei interrogato!

Mani in alto, sei interrogato!

Le costanti segnalazioni degli studenti e le recenti cronache giornalistiche stanno facendo emergere numerose criticità nell'approccio adottato dal sistema scolastico italiano nei confronti della Didattica Digitale Integrata. 

Paolino Gianturco, dirigente scolastico e membro scuola del consiglio direttivo AID, fa il punto sui problemi di una didattica che fa ancora scarso uso di metodologie innovative e inclusive, anche alla luce delle diverse esigenze degli studenti con bisogni educativi speciali.

Mani in alto, sei interrogato!

Mani in alto, occhi chiusi o addirittura bendati, sguardo rivolto verso il muro, due videocamere per controllare, una carrellata preliminare sulla cameretta per assicurare che non si nascondano suggerimenti…: le cronache - anche giudiziarie, ormai - ci stanno mettendo di fronte a una realtà assolutamente sconcertante e che mai avremmo potuto immaginare di vedere.

Non stiamo parlando di interrogatorio a carico di indiziati di reato, bensì di “normali” interrogazioni che vedono spesso, come sfortunati protagonisti, i nostri ragazzi in una mattinata scolastica che sarebbe il caso di definire di ordinaria follia. I casi e le segnalazioni di studentesse e studenti costretti a subire comportamenti vessatori e umilianti si stanno moltiplicando e davvero non possiamo far finta di nulla.

Quello che è grave è che ormai siamo a più di un anno dall’esplosione dell’emergenza pandemica, e non ci sono più scuse. Se è vero, infatti, che nella primavera del 2020 il sistema scolastico italiano era stato sorpreso dal rivelarsi improvviso dell’emergenza ed era riuscito a fornire una risposta complessivamente positiva ma in molti casi estemporanea, oggi, a un anno di distanza, ci aspetteremmo qualcosa di diverso e di più ragionato.

Questi tredici mesi di didattica a distanza hanno fornito l’occasione al mondo della scuola per sperimentare, aggiornarsi, fare ricerca e trovare nuove risposte ai bisogni educativi dei nostri ragazzi. Molto è stato fatto, e bisogna dare atto a un gran numero di insegnanti e dirigenti scolastici di aver compiuto un grande balzo rispetto alle competenze didattiche, soprattutto in ambito digitale, frequentando corsi di formazione di varia tipologia e spesso sperimentando nella propria quotidianità professionale strade diverse e alternative per raggiungere gli studenti costretti in casa dalla pandemia.

Tuttavia, restano sul tappeto diverse questioni fondamentali ancora irrisolte, come la cronaca e i social ci testimoniano, e come la stessa ricerca condotta in ambito educativo conferma.

Tecnologia e Nuovi modelli didattici

Il primo rammarico emerge dalla constatazione che il modello trasmissivo della lezione frontale - inefficace in presenza, e quindi figuriamoci a distanza - è ancora troppo diffuso e praticato dai docenti, specialmente nella scuola del secondo ciclo di istruzione. E questo va di pari passo con la scarsa adozione di metodologie didattiche innovative, pur veicolate dagli innumerevoli webinar e corsi di formazione disponibili online.

Insomma, quello che purtroppo dobbiamo constatare è che, dopo un’attivazione iniziale, che comunque ha condotto molti insegnanti a impratichirsi almeno degli strumenti fondamentali per una didattica digitale - appello che i documenti istituzionali stanno rivolgendo al mondo della scuola fin dalla pubblicazione del Piano Nazionale Scuola Digitale, dell’ormai lontano 2015 -, dal punto di vista metodologico non si sono riscontrati grandi cambiamenti. In molti casi, infatti, ci si è fermati all’acquisizione delle strumentalità di base per mantenere un rapporto con gli studenti anche a distanza, ma non si è fatto quel salto qualitativo che il momento attuale, invece, impone.

In altri termini, da docente posso anche imparare a utilizzare la piattaforma digitale di scuola e le classi virtuali, ma se mi accontento di questo, senza cambiare la modalità della relazione didattica, sto solo trasferendo online quelle che erano le caratteristiche, spesso disfunzionali, della didattica tradizionale.

Sarebbe il caso, quindi, di ritornare al “vecchio” Piano Nazionale Scuola Digitale che, proprio a questo proposito, sei anni fa, sottolineava come “l’educazione nell’era digitale non deve porre al centro la tecnologia, ma i nuovi modelli di interazione didattica che la utilizzano”. La situazione attuale, insomma, impone con urgenza un vero e proprio cambio di paradigma nel rapporto tra la scuola e lo studente, e questo non può avvenire semplicemente imparando a utilizzare un programma per la videolezione e trascurando, invece, gli aspetti metodologici.

Questo si riscontra, ad esempio, in un’organizzazione della didattica che spesso si rivela poco sostenibile, soprattutto per gli studenti con bisogni educativi speciali, in quanto presenta un accumulo di attività, quasi sempre frontali, che richiedono di sollecitare l’attenzione senza interazione per tempi troppo prolungati; o anche nello squilibrato rapporto tra attività in modalità sincrona e in modalità asincrona, caratteristica presente in tutti gli ordini di scuola. Se va bene, gli studenti si accontentano di una lezione a video; se va male, l’attività asincrona consiste nell’accumulo di compiti inseriti diligentemente nei registri elettronici o nelle classi virtuali.

Eppure, l’integrazione virtuosa tra didattica digitale e didattica tradizionale è uno degli obiettivi cui la scuola deve tendere, come sottolineato, oltre che nelle Linee Guida sulla DDI, anche nel documento intitolato “Idee e proposte per una scuola che guarda al futuro” - Rapporto finale 13 luglio 2020, a cura del Comitato di esperti presieduto proprio dall’attuale Ministro dell’Istruzione, prof. Patrizio Bianchi, nel quale riponiamo le migliori speranze per un positivo cambiamento della situazione: un rapporto che invitiamo a leggere anche al fine di individuare possibili soluzioni.

Purtroppo, in questo quadro, ciò che ci preoccupa di più è l’aspetto della valutazione. È questo, infatti, il campo minato nel quale troppo spesso i ragazzi con bisogni educativi speciali si trasformano in vittime inconsapevoli, umiliate da una gestione talora troppo fiscale, sottoposte a pressioni inopportune e a controlli degni della migliore letteratura distopica.

Come valorizzare gli studenti?

Troppo spesso assistiamo a scenari come quelli sopra menzionati, e ci domandiamo se tutto questo sia da ascriversi al registro del tragico o del grottesco. Finché la scuola continuerà a fondare l’esperienza valutativa sull’interrogazione tradizionale, che prevede l’assunzione, da parte dello studente, delle vesti di un attore sul palcoscenico della classe, chiamato a interpretare un numero della durata di un intero atto teatrale, assisteremo al ripetersi delle ben note frustrazioni di molti dei nostri ragazzi, che non riescono a sostenere quella che è una vera e propria performance durante la quale sono tenuti a rendere integralmente il prodotto del proprio apprendimento. Con tutto quello che ciò comporta, in termini di emozione, vergogna, impaccio, di fronte a una classe che tende a reagire come di fronte all’interrogazione del piccolo Nicolas dell’omonimo film francese: effetto imbarazzante che il mondo digitale rischia talvolta di amplificare.

Quando si comincerà, invece, a valutare seriamente e correttamente i nostri ragazzi, lavorando soprattutto sull’osservazione del loro processo di costruzione degli apprendimenti? Quando metteremo gli studenti in condizione di essere valutati per come sanno mettersi al lavoro, piuttosto che per come sanno esprimere la loro prestazione, che magari va a sommare, in mezz’ora di interrogazione-interrogatorio, le conoscenze di un intero trimestre?

Le stesse Ordinanze Ministeriali sugli Esami di Stato conclusivi sia del primo che del secondo ciclo di istruzione sottolineano, non a caso, la necessità di un accompagnamento degli studenti nella realizzazione dell’elaborato conclusivo, quasi suggerendo al docente saggio e avveduto di unire a questo accompagnamento un percorso di osservazione valutativa, per meglio valorizzare i ragazzi mentre lavorano. Vale la pena, a questo punto, riportare alcune parti di un paragrafo (pag. 52) del suddetto Rapporto del 13 luglio 2020, intitolato “Un nuovo paradigma della valutazione”:

“Il dibattito sulla valutazione degli apprendimenti, da sempre “vivace”, si allarga ora al tema della valutazione “di” e “con” il digitale. Le attività realizzate con questi strumenti necessitano di indicatori e descrittori specifici, concentrando il focus, ovviamente, sulla competenza e non sul mero uso di app e strumenti.
Fondamentale rafforzare ulteriormente la formazione dei docenti in questo ambito. Essi devono divenire capaci di adottare strumenti valutativi coerenti, chiari e condivisi sia a livello collegiale che con gli studenti e le famiglie.
Oggi più che mai, l’uso del digitale nella didattica deve aiutare i docenti e gli studenti a capire che la valutazione non può essere unicamente valutazione di prodotto, ma anche valutazione di processo. Le modalità di lavoro collaborativo, le possibilità di condivisione, l’accesso alla mole di contenuti facilmente reperibili in rete devono spingere i docenti a prestare la massima attenzione a tutte le fasi dell’apprendimento.
Per questo sarà utile familiarizzare con strumenti valutativi di vario tipo: checklist, performance list, schede di osservazione, diari di bordo, questionari fino ad arrivare ovviamente a rubriche di valutazione strutturate e condivise a livello collegiale. In un contesto di valutazione formativa, strumenti quali le checklist e le rubriche di valutazione possono inoltre incentivare il processo di autovalutazione degli studenti stessi.
È importante notare che, con l’utilizzo del digitale, si apre la possibilità di muoversi verso approcci più personalizzati, basati sui dati raccolti durante la fruizione della didattica. Così, sarà possibile comprendere quali siano i punti che i singoli studenti hanno trovato più difficili e che quindi richiedono un approfondimento individuale. Dall’altro i dati potrebbero evidenziare l’efficacia della lezione stessa, fornendo un importante feedback al docente rispetto alla propria attività. Questo fattore è importantissimo per consentire un approccio alla didattica che sia in grado di sperimentare nuove forme, con un costante monitoraggio dei risultati.”

A fronte di queste considerazioni, comprensibili anche ai non addetti ai lavori, che contengono suggerimenti e linee di indirizzo dall’alto valore inclusivo, l’assurdo spettacolo di interrogazioni che sono, al tempo stesso, umilianti per i ragazzi e squalificanti per la professione docente e la missione educativa della scuola, non può che farci cadere le braccia. Altro che “mani in alto”.

Autore: Paolino Gianturco, dirigente scolastico e membro scuola del consiglio direttivo AID

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