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Intervento della vicepresidente AID nella settimana dell’inclusione all’Università di Macerata

Perché è indispensabile un'università inclusiva

Perché è indispensabile un'università inclusiva

Lo scorso 19 Marzo 2021, la vice presidente AID Antonella Trentin è intervenuta durante la settimana dell’inclusione all’Università di Macerata, presentando il percorso e-learning di AID Univers@lità.

Pubblichiamo qui il suo discorso completo:

Cos'è l'Associazione Italiana Dislessia

Per l’Associazione italiana dislessia ha un grande significato partecipare a quest’evento: l’inclusione degli studenti con Dsa, la loro qualità di vita all’interno degli Atenei, è una delle battaglie che più ci sta a cuore.

Io sono madre di un ragazzo dislessico che frequenta l’università, anche se all’estero, per cui mi sento particolarmente vicina ai ragazzi dislessici iscritti all’università in questo momento, almeno diecimila fino a due anni fa, oggi sicuramente molti di più. Ho deciso di leggere il mio discorso per non dimenticare nulla. Per scriverlo ho usato uno strumento compensativo, come fanno i dislessici e come facciamo tutti noi senza riflettere sul fatto di usare uno strumento compensativo, in questo caso il computer.

Credo che a tutti la mia scelta appaia normale. All’università, però, quando è un ragazzo con Dsa a chiedere di usare un pc, non sempre la richiesta viene giudicata normale. Chissà perché.
Spero che tra le persone in ascolto ci siano molti docenti perché è soprattutto a loro che rivolgo il mio intervento nella speranza di seminare qualcosa.

Per prima cosa vorrei spiegare cos’è l’Associazione italiana dislessia, nata oltre vent’anni fa: la più grande associazione che difende i diritti dei bambini, dei ragazzi, degli uomini e delle donne con disturbo specifico di apprendimento. L’Aid promuove la ricerca nel campo dei Dsa, fa formazione per insegnanti, genitori e ragazzi con Dsa, appartenenti a ordini professionali. Supporta tutti coloro che si rivolgono all’associazione sia attraverso un centinaio di sezioni locali, che sono la struttura capillare e portante di Aid, sia mediante un servizio di help line nazionale.

Ci siamo battuti per l’approvazione della legge 170 che ha finalmente attribuito diritti ai nostri studenti nella scuola e ora promuoviamo la proposta di legge che sancisce i diritti agli adulti con Dsa nel mondo del lavoro. Abbiamo 18 mila iscritti ma ci rivolgiamo a un pubblico molto più ampio. Si stima che le persone con questi disturbi in Italia siano oltre due milioni. Due milioni! Ci si può permettere di ignorarle? Io credo proprio di no.

Chi sono le persone con DSA

Ma veniamo al cuore del problema: chi sono le persone con Dsa, cioè i vostri studenti? Sono ragazzi con quoziente intellettivo pari o superiore alla media, molti hanno difficoltà a leggere in modo fluente, spesso fanno errori ortografici, spesso sono disgrafici, quindi non hanno automatizzato il gesto della scrittura e di conseguenza hanno bisogno del computer, talvolta hanno anche problemi di calcolo.

Ma tutto questo non impedisce che diventino ottimi ingegneri, chimici come il premio Nobel Jacques Dubochet (che ha voluto scrivere nel suo curriculum di essere dislessico), architetti, medici. Scrittori vincitori del premio Pulitzer, come Philip Schultz. O grandi registi come Steven Spielberg che, dopo aver abbandonato gli studi perché dislessico, li ha ripresi e si è laureato in cinematografia portando come tesi di laurea il film Schindler’s List, vincitore di sette Oscar e considerato uno dei migliori film della storia della cinematografia.

Sono persone che hanno molto sofferto ma ce l’hanno fatta. Ma molti altri dislessici di sicuro talento non sono stati altrettanto fortunati. In ogni caso tutti, talentuosi e meno talentuosi, si sono sobbarcati o si sobbarcano un carico di sofferenza e di insuccessi che avrebbe potuto essere quantomeno minore se avessero avuto ciò di cui avevano bisogno: comprensione, inclusione e strumenti per compensare il proprio disturbo.

Un disturbo che è una caratteristica neurobiologica: dislessici si nasce e dislessici si muore. Spesso queste persone hanno problemi di memoria di lavoro, cioè faticano a gestire informazioni che servono lì per lì a risolvere un compito qualunque, o hanno difficoltà a ricordare in maniera rapida ed efficace quello che hanno studiato e perciò hanno bisogno di mappe concettuali che li aiutino a ricordare.

Hanno difficoltà a concentrarsi anche perché, non avendo automatizzato competenze di base come la lettura e la scrittura, faticano molto più degli altri. Ma gli studenti dislessici, perché di loro stiamo parlando, hanno qualcosa in più rispetto agli studenti “normali”: sono straordinariamente tenaci.

Hanno dovuto lottare per arrivare all’università. Durante il percorso scolastico ciascuno di loro ha incontrato situazioni che hanno fatto vacillare la propria autostima, perfino nella forma di espliciti inviti a lasciar perdere, a rassegnarsi. Eppure molti di loro sono si sono rivelati particolarmente brillanti e capaci. Sono ragazzi che hanno scoperto la resilienza. L’hanno dovuta scoprire. Solo per questo andrebbero rispettati e stimati. 

Di cosa hanno bisogno gli studenti dislessici

Di cosa hanno bisogno gli studenti dislessici? Di strumenti che li mettano nelle stesse condizioni dei non dislessici. Strumenti come un computer con correttore ortografico, i formulari, mappe concettuali, una calcolatrice. E devono avere la possibilità di fare l’esame in forma orale invece che scritta, di spezzare l’esame in più prove per non stremarsi oltre il limite al di là del quale la fatica offusca i loro pensieri.

Non a tutti servono gli stessi strumenti, perché ogni dislessico è diverso dall’altro. Cambiano le necessità ma non i diritti previsti nelle linee guida della Conferenza nazionale universitaria dei delegati dei Rettori per la disabilità e i Dsa, e nella legge 170 del 2010. Eppure spesso quei diritti vengono ignorati. Anche dai docenti universitari. Perfino da quelli che insegnando psicologia o pedagogia e questi bisogni dovrebbero conoscerli molto bene.

Prendiamo ad esempio le mappe concettuali. Molti docenti sono convinti che basti guardare le mappe per superare l’esame. Ma se uno studente non ha studiato, possono essere sufficienti delle mappe, cioè degli schemi che richiamano a contenuti molto più complessi? Ragioniamo un attimo! Come posso parlare compiutamente di un argomento se quei contenuti complessi non li conosco? Eppure, no, molti docenti si ostinano a considerare le mappe una facilitazione non giustificabile!

Ecco perché ogni settimana ricevo telefonate disperate da parte di studenti universitari di ogni parte d’Italia cui vengono negati gli strumenti, perché considerati forme di privilegio. Da ultima una studentessa al terzo anno di medicina che ora vuole lasciare l’università.

C’è addirittura una notissima università italiana che nel proprio sito istituzionale scrive che gli strumenti vengono concessi solo nel primo anno di frequenza perché poi l’Ateneo guida gli studenti dislessici verso l’autonomia. Cosa significa? Che dopo un anno non saranno più dislessici? Cioè che il disturbo neurobiologico, grazie a chissà quale miracoloso intervento, scomparirà? Ci spieghino come fanno! Se hanno effettivamente successo, il loro metodo potrebbe essere usato dal mondo intero! Vi chiedo: tutto questo vi sembra giusto? Vi sembrerebbe giusto se quel ragazzo brillante e in gamba, che frequenta l’università e ha un disturbo specifico dell’apprendimento, fosse vostro figlio?

Dare agli studenti le giuste opportunità

Voglio raccontarvi un ultimo episodio e poi presenterò in breve la nostra piattaforma Univers@lità. La storia riguarda un ragazzo italiano dislessico che studia in una prestigiosa università canadese. Giorni fa mi ha raccontato di un suo recente esame. L’esame era scritto, perché in Canada gli esami sono solo scritti. Lui ci aveva lavorato a lungo, con cura e passione. Aveva fatto un buon compito. Solo che aveva fatto alcuni errori ortografici. In Canada puoi essere disortografico quanto vuoi ma gli errori incidono sul voto, un’ingiustizia bella e buona.

Ma non basta. Quegli errori hanno indotto il professore a valutare il compito con un pregiudizio di fondo: lo studente doveva essere per forza mediocre e aver fatto un compito mediocre. Per cui ha valutato lo scritto con una B, un voto discreto ma che non rispettava la qualità del lavoro. Lo studente non l’ha presa bene, ed essendo cocciuto, ha difeso le proprie ragioni. Ha chiamato il professore e ha chiesto spiegazioni sul voto, l’ha fatto riflettere sulle motivazioni che l’hanno spinto a dare una B. Le ha contestate. Con garbo e giuste argomentazioni.

Il professore ha preso in considerazione le obiezioni e ha convenuto che il suo giudizio era stato affrettato per cui, malgrado gli errori ortografici, ha cambiato il voto in una A, cioè il massimo. Non lo ha fatto perché lo studente fosse dislessico, di questo non ha tenuto minimamente conto, ma perché ha capito di averlo valutato in base a un pregiudizio.

Ora io mi domando perché bisogna mettere gli studenti in queste condizioni, perché devono trasformarsi in avvocati di se stessi. Perché non dare loro le giuste opportunità per avere successo nello studio?

La piattaforma Univers@lità

Mi scuso per la lunghissima introduzione, ma mi sembrava doverosa. Altrimenti anche parlarvi della nostra piattaforma sarebbe risultato superfluo.

Abbiamo creato Univers@lità tre anni fa con l’obbiettivo di mettere in luce le best practices di alcuni Atenei, per promuovere un’università davvero inclusiva e dare agli studenti delle indicazioni utili, dagli strumenti compensativi al metodo di studio. Qualcuno a suo tempo si è inalberato: come si permetteva un’associazione di genitori, cioè l’Aid, di parlare al mondo accademico?

Beh, i genitori sono certamente una parte fondamentale di AID, ma al fianco di altre componenti, quali insegnanti di scuola e di università, logopedisti, neuropsichiatri, psicologi e altri clinici. Dunque abbiamo pieno titolo per parlare di università. E in ogni caso la piattaforma Univers@lità è stata realizzata interamente da docenti universitari.

Ora qualche informazione pratica. Alla piattaforma può accedere chiunque, basta registrarsi. Tutte le indicazioni sono riportare a questo link.

Univers@lità è rivolta agli studenti con Dsa, ai delegati dei Rettori, ai docenti, ai tutor, al personale amministrativo del servizio per la disabilità e i Dsa. Prossimamente le slide che interessano soprattutto gli studenti verranno precedute da un video di presentazione per rendere maggiormente fruibile il contenuto alle persone con Dsa.

La piattaforma inoltre verrà arricchita di nuove tematiche. Univers@lità è strutturata in moduli e si può scegliere liberamente quali consultare. Gli argomenti trattati affrontano tutti gli aspetti relativi ai disturbi specifici di apprendimento all’università: cosa sono i DSA e la diagnosi in età adolescenziale/adulta. Gli stili cognitivi e il metodo di studio. Gli strumenti compensativi. La normativa sui Dsa. I servizi a favore degli studenti dislessici. Le linee guida per un’università inclusiva rivolte a docenti, tutor e personale tecnico e amministrativo. Video-interviste ai Delegati dei Rettori: Alessandro Pepino dell’Università di Napoli, Mirella Zanobini dell’Università di Genova, Laura Nota dell’Università di Padova ed Elisabetta Genovese dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

C’è anche un questionario rivolto agli studenti universitari con DSA (hanno risposto 95 ragazzi iscritti all’Associazione italiana dislessia) che hanno valutato i Servizi a loro dedicati del proprio Ateneo e la disponibilità dei docenti verso le richieste degli allievi con DSA.

Per concludere, un augurio. Speriamo che questa piattaforma, assieme alle nostre iniziative di informazione e alle nostre battaglie, sia un utile contributo affinché i nostri studenti raggiungano con serenità il traguardo della laurea. Siamo orgogliosi di loro, della loro grinta, del loro amore per lo studio. E loro siano sicuri che un domani saranno ottimi professionisti e parte di una classe dirigente che costruirà un’Italia migliore.

Antonella Trentin, vice presidente AID nazionale

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