News ed eventi

La posizione di AID, a seguito della vicenda della Scuola Svizzera di Milano e dei recenti attacchi alla legge 170/2010

Scuola: riportiamo l'inclusione al centro della didattica

Scuola: riportiamo l'inclusione al centro della didattica

Negli scorsi giorni AID ha seguito con attenzione la vicenda della Scuola Svizzera di Milano, il cui regolamento volto ad escludere gli studenti con disturbi dell’apprendimento ha generato una forte indignazione pubblica e l’intervento del Ministero dell’Istruzione, fino alla rimozione della norma discriminatoria e anacronistica.

Nel prendere le distanze da questa, come da qualsiasi forma di discriminazione nei confronti dei ragazzi con DSA, vogliamo ribadire i motivi per cui l’inclusione deve essere un principio fondamentale della scuola e come è possibile realizzarla nel concreto.

Una delle caratteristiche distintive della scuola italiana è l’attenzione che il nostro paese ha volto verso l’inclusione, rendendolo, da questo punto di vista, uno dei modelli più ambiziosi ed evoluti, rispetto agli altri paesi del mondo.

Inclusione, come dice giustamente il pedagogista Andrea Canevaro (2013), é avere una prospettiva ecosistemica ampia.

Per parlare di inclusione quindi non basta aprire le porte alla diversità, ma è necessario accoglierla e valorizzarla nell’ambito di un progetto educativo e didattico più ampio.

Purtroppo però una società fortemente in crisi come quella odierna, che ha paura della diversità e che vive l’altro diverso da sé come una minaccia, non è in grado di comprendere appieno l’enorme ricchezza di cui essa é portatrice.

Ed è quindi nata la necessità di “normare giuridicamente” azioni che invece dovrebbero essere il quotidiano terreno d’azione dell’insegnante esperto e competente. 

Ed è anche per questo che, di  fronte agli incomprensibili attacchi rivolti in questi giorni alla Legge 170/2010, come AID sentiamo la necessità di rivisitarne  i contenuti e gli obiettivi, per focalizzarne, invece, la  portata innovativa.

La legge 170/2010 e linee guida del 2011: una norma valida e attuale

La Legge 170/2010 è nata per una necessaria definizione della natura dei DSA, che non possono essere confusi con altre tipologie di difficoltà e che, per essere affrontati con efficacia, necessitano di una precisa azione sinergica tra scuola, sanità, famiglie e società, ognuno con le proprie competenze.

In una società in cui si parla ancora di “moda della dislessia...che  una volta non c’era” , viene giustificato il fatto di proporrei consensi informati, all'interno di strutture sanitarie o in uffici amministrativi,  in modalità inaccessibili a chi ha una decodifica lenta come il dislessico! 

La legge 170 si è posta l’obiettivo di tutelare gli alunni e gli studenti che presentano queste caratteristiche ed ha acquisito nel tempo una valenza molto più alta:

  • è servita da stimolo per tutta la normativa relativa ai BES;  
  • ha rappresentato per la Scuola una occasione per rivedere le proprie competenze organizzative, gestionali, per promuovere una valorizzazione delle differenze;

E' stata una opportunità di riflessione sulla didattica, da intendersi come scienza dell’istruzione. Le successive “Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con DSA” (MIUR, 2011), allegate al D.M. n. 5669/2011, infatti, sono state un evidente stimolo per  tornare a parlare di processi cognitivi e affettivo- motivazionali che stanno alla base dell’apprendimento e che sono in sintonia  con le indicazioni ormai consolidate dalla ricerca scientifica e dalle neuroscienze. 

Quelle suggerite dalle Linee guida del 2011 non  sono metodologie “farmaco” per le persone con DSA , ma strategie che devono necessariamente essere  applicate a tutti i bambini. Si è detto del pericolo degli strumenti compensativi che stigmatizzano le persone con DSA; questo è il risultato di una interpretazione limitata della funzione di questi mediatori didattici. Come è possibile che si possa parlare di mappe concettuali solo ed esclusivamente per gli studenti con certificazione diagnostica ! Tale interpretazione restrittiva  offende la didattica e i docenti : le mappe sono organizzatori logico- visivi della conoscenza , la cui utilità di uso è valida e auspicabile per tutti gli alunni e tutti gli studenti , nessuno escluso!

Come è possibile realizzare l'inclusione? Con la formazione nelle scuole

Ricordiamo che stiamo parlando di disturbi specifici di apprendimento ed è  la scuola il luogo deputato agli apprendimenti e i docenti sono i professionisti dell’apprendimento!

Lo precisano bene le Linee guida per i DSA  “… tuttavia  – anche in considerazione della presenza sempre più massiccia di alunni con DSA nelle classi – diviene sempre più necessario fare appello alle competenze psicopedagogiche dei docenti ‘curricolari’ per affrontare il problema, che non può più essere delegato tout court a specialisti esterni. (…) Gli strumenti metodologici per interventi di carattere didattico fanno parte, infatti, dello “strumentario”di base che è patrimonio di conoscenza e di abilità di ciascun docente. Tuttavia, è pur vero che la competenza psicopedagogica, in tal caso, deve poter essere aggiornata e approfondita.”(LG, pag. 9)

Tutti possono verificare che, proprio grazie a questa legge, la formazione nelle scuole è stata implementata su tutto il territorio nazionale e non solo per spiegare chi sono e come imparano gli studenti con DSA, ma per diffondere i materiali delle ultime ricerche nazionali e internazionali.

“Finalmente si ritorna a parlare insieme di pedagogia e di strategie didattiche nelle nostre riunioni! “ ci dicevano alcuni insegnanti durante i numerosi incontri formativi realizzati sul territorio nazionale subito dopo l’uscita della legge.

Sicuramente la normativa sui DSA è stata  un input per portare all’attenzione di tutti le difficoltà di apprendimento di tanti ragazzi e per ribadire che spetta alla scuola il compito di affrontarle.

Certo possono esserci dei limiti. Ad esempio, quello di offrire modalità di intervento che possono  stigmatizzare categorie di difficoltà degli studenti, operando così processi più di separazione che di inclusione. Oppure il fatto  che le norme non “aggrediscono” il vero obiettivo, cioè il cambiamento e il miglioramento della didattica d’aula, unica strada in grado di dare risultati positivi a questi problemi!

Infatti, c’è  ancora molto bisogno di riflettere su questi temi!

  • Qual è il reale significato del termine “inclusione” ?
  • Quali possono essere i contesti e le modalità per la sua efficace realizzazione?
  • Quali possono essere le esperienze significative da cui partire, che possano servire a diffondere strategie didattiche inclusive per assicurare a tutti gli studenti il diritto all’istruzione e alla formazione?

Solo la ricerca, continua e approfondita, potrà fornire a dirigenti, insegnanti, educatori e decisori politici,  indicazioni chiare e immediatamente applicabili sull’efficacia di tecniche didattiche e programmi di rinnovamento dei sistemi di istruzione, in altre parole sul “che cosa funziona meglio” e “in quali circostanze” per tutti i ragazzi, in un’ottica inclusiva.

Le differenze individuali  degli studenti devono occupare  un posto rilevante  nel processo di insegnamento/apprendimento e non essere  considerate dei problemi da risolvere!

 I “bisogni educativi speciali” possono, quindi,  diventare  “bisogni educativi condivisi” e contribuire ad arricchire la formazioni di tutti: solo se si riesce a trasformare la classe in una comunità di apprendimento che veda tutti gli attori coinvolti a cooperare per aiutare ogni studente, la didattica  può diventare  “strutturalmente“ inclusiva. L’“inclusione” offre  a ciascuno la possibilità di lavorare nel contesto del gruppo-classe e della scuola-comunità, secondo le sue possibilità personali … e ciò vale  anche per gli alunni con “qualsiasi tipo di difficoltà”.

A questo punto, in ogni comunità scolastica, basterebbe  domandarsi : “questa strategia didattica è efficace?” … indipendentemente dagli studenti cui ci si rivolge.

Ad esempio, i risultati dell’indagine del “questionario TALIS”del 2013 indicano chiaramente che le pratiche meno utilizzate dagli insegnanti italiani sono le pratiche  attive, come l’apprendimento collaborativo e  in piccoli gruppi, che risulta , invece, altamente  produttivo per promuovere negli studenti (tutti!) il conflitto cognitivo e la ricerca collettiva di risultati alle situazioni problematiche . Il lavoro di gruppo degli studenti può diventare per l’insegnante non solo una modalità didattica, ma un’opportunità per vedere agite le competenze relazionali degli alunni e poter lavorare con loro per modificare quelle negative e stimolare e potenziare quelle positive.

Una comunità scolastica che impara a progettare in una prospettiva inclusiva sta progettando per tutti, nel rispetto delle  loro peculiarità e delle molteplici differenze individuali con la finalità di progettare ambienti di apprendimento e materiali didattici accessibili al maggior numero possibile di studenti.

Un'inclusione senza etichette: costruire strategie didattiche efficaci, nel rispetto degli stili di apprendimento

Sono molti gli esperti del mondo della scuola concordi nel sottolineare l’importanza di utilizzare sempre e ovunque una varietà di metodologie e strategie didattiche in maniera flessibile, poiché non esiste un’unica metodologia inclusiva in grado di favorire efficacemente l’apprendimento di tutti gli studenti come non esiste un unico stile di apprendimento. Un insegnamento che consideri i diversi stili di apprendimento degli studenti facilita il raggiungimento degli obiettivi educativi e didattici di tutti gli alunni. Per un alunno con con difficoltà specifiche fare riferimento, nella prassi formativa agli stili di apprendimento e alle diverse strategie che lo caratterizzano, diventa fondamentale per il suo successo formativo … ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare !

La sfida, quindi, non è quella di modificare o adattare i curricula per pochi alunni “speciali”, ma di costruirli efficaci, e sin dall’inizio, per tutti; ad esempio, programmando buone pratiche disponibili per tutti gli studenti fin dall’inizio e non  solo dopo insuccessi scolastici. Un curricolo di istituto che proponga  mezzi per promuovere l’inclusione di tutti gli studenti: un’inclusione senza etichette!

In tutte le scuole esistono sicuramente delle  buone pratiche, ma, sfortunatamente, esse non sono disponibili per tutti gli studenti e, di solito, vengono offerte solo dopo fallimenti dovuti a programmi tradizionali rigidi e non inclusivi.

Occorre, quindi, lo ribadiamo, una  formazione diffusa per una rinnovata professionalità educativa, che sappia fare delle scelte didattiche mirate, tenendo presenti le conoscenze che la ricerca mette via via a disposizione.  Un merito che possiamo attribuire alla Legge 170/2010 è proprio quello di aver smosso la comunità scolastica e aperto le porte ad una formazione sempre più allargata, che ha portato molti docenti a capire che la didattica che va bene per gli studenti con DSA va benissimo anche per gli altri.

La letteratura italiana in ambito pedagogico-didattico e la politica nel campo dell’istruzione appaiono spesso disattente rispetto alle indicazioni derivanti dalla ricerca in merito alla reale efficacia delle diverse opzioni didattiche, alla necessità di costituire un bagaglio di conoscenze affidabili e all’importanza di garantire nella ricerca educativa il rispetto di criteri e standard rigorosi. Sul rapporto tra ricerca e politica scolastica in Italia si è espresso ancora nel 2009 Bottani, affermando che si potrebbe addirittura pensare che nel nostro Paese “la politica scolastica sembra poter fare a meno della ricerca scientifica in educazione”.  Eppure, come sottolinea Ranieri (2007), la diffusione di una cultura “evidence-based” potrebbe essere di grande interesse per dirigenti, insegnanti, educatori, ricercatori, politici: ciascuno,  nella propria pratica, potrebbe avvalersi, nell’assunzione delle proprie decisioni, delle conoscenze più affidabili messe a disposizione dalla ricerca.

Dobbiamo tutti essere  consapevoli che:

Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e le aperture offerte dalla rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione …” e che per ottenere ciò ... “Lo studente (venga) posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato”. (Indicazioni per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, 2012)

L'inclusione riguarda tutti

Il tema dell’inclusione non riguarda solo certe categorie di persone, ma riguarda tutti, perché ognuno di noi è diverso dagli altri.

Occorre pertanto puntare sulla costruzione di un'autentica cultura dell’inclusione, dove alunni, studenti, genitori, insegnanti e clinici sappiano lavorare in sinergia, non per fornire al ragazzo che ne ha bisogno in quel momento il suo ausilio prediletto, ma per realizzare una scuola e una società dove chi non riesce a leggere bene come gli altri  possa trovare un modo alternativo per poterlo fare.

Questo significa promuovere e far  acquisire competenze nuove, quelle competenze chiave che ciascun cittadino del 21 secolo dovrebbe possedere …  e non stiamo parlando solo di DSA.

L’aspetto più triste, però, si cela nel fatto che l’ignoranza, che paralizza l’azione e che getta fango su quello che una società intera sta cercando di costruire, non nuoce solo a chi quotidianamente é chiamato a dover fare i conti con la sua diversità, ma priva anche tutti gli altri di una possibilità unica di crescita personale. “Non esiste crescita personale e rispetto altrui senza l’accettazione della diversità, che chiede di essere accolta, rispettando la forma in cui essa si manifesta, prendendo in considerazione i limiti e le risorse che pone in essere, come primo respiro della nostra esistenza” (Sannipoli, 2015).

Vygotskij diceva: “Come il giardiniere sarebbe pazzo se volesse influire sulla crescita delle piante tirandole direttamente fuori dalla terra con le mani, allo stesso modo il pedagogo si porrebbe in contrasto con la natura dell’educazione se si sforzasse di agire direttamente sul bambino. Ma il giardiniere influisce sulla germogliazione del fiore alzando la temperatura, regolando l’umidità, cambiando la disposizione delle piante vicine, raccogliendo e mescolando terreno e concime, cioè, ancora una volta in modo indiretto, attraverso adeguati cambiamenti dell’ambiente. Così anche il pedagogo, modificando l’ambiente, educa il bambino” (2006).

É questo il compito della nostra associazione fare sì che, attraverso un’attenta opera di informazione, formazione e sensibilizzazione, possiamo contribuire a creare le condizioni ambientali ottimali per far sbocciare i nostri ragazzi.

Condividi
Questo sito web utilizza dei cookies tecnici e cookies di terze parti, al fine di raccogliere informazioni statistiche sugli utenti. Per saperne di più e per la gestione di tali cookies, clicca qui. Se prosegui la navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un'immagine o di un link) manifesti il tuo consenso all'uso dei cookies e delle altre tecnologie di profilazione impiegate dal sito. Per nascondere questo messaggio clicca qui.