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Storie fuori dalle righe: racconti di ragazzi e adulti con DSA

Storie fuori dalle righe: racconti di ragazzi e adulti con DSA

Con questo articolo tratto dal blog Cogito et Volo siamo lieti di inaugurare la rubrica "Storie fuori dalle righe", uno spazio dedicato a racconti di ragazzi e adulti con disturbi specifici di apprendimento che vogliono condividere pensieri ed esperienze di vita.

All'interno di questo primo appuntamento, oltre al pezzo citato, è possibile leggere anche il racconto "Missioni spaziali" di Pietro Amato e la lettera di Matteo da Roma intitolata "Un DSA alla corte di Coliandro".

La dislessia è uno strano animale - di Guido Fogliata

VEDERE IL MONDO CON GLI OCCHI DI UN DISLESSICO

In base al rapporto dell’AID, l’Associazione Italiana Dislessia, nell’anno scolastico 2018/2019 gli alunni frequentanti le scuole italiane a cui è stato diagnosticato un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) sono 298.114, pari al 4,9% del totale degli alunni. In parole povere, gli studenti dislessici certificati nelle scuole sono meno del 5%, ma è plausibile pensare che in realtà siano molti di più. Io faccio parte di quel quasi 5% stimato e so che questo problema si sta facendo conoscere solo di recente e, purtroppo, emerge molto lentamente e con difficoltà.

COME FACCIO A SPIEGARE QUESTA COSA?

Un esempio potrebbe essere quando sto guidando e qualcuno mi dice “Gira di qua, qua a sinistra!”. In una frazione di secondo penso: “Ha detto sinistra, quella è la destra”, mi dico, buttando gli occhi a destra, “quindi quest’altra è la sinistra”, concludo, guardando nella direzione opposta. Poi giro. Oppure, più semplicemente, se mi chiedessero “Qual è la mano sinistra?” l’iter mentale sarebbe lo stesso. Guardo la destra, questa è la destra, quindi l’altra è la sinistra…meno male che sono solo due, mi consolo. Ogni volta che mi capita di dover distinguere tra qual è la destra e qual è la sinistra non mi viene immediato, o meglio, “ricordare” qual è la destra sì, individuare la sinistra non subito. Per questo ho imparato che prima trovo la destra e poi so per certo che la sinistra è “quell’altra”.

Ricordo di averlo spiegato così ad una professoressa, Girolami Anna, con questi esempi di vita normale, ma non sembrava troppo convinta della cosa: lei proprio non capiva come potesse essere che una cosa così semplice come imparare dove fosse la sinistra mi venisse così difficile, soprattutto quando imparare dove fosse la destra risultava invece normale.
“È come se nella mia testa mancasse quel collegamento che fa passare quest’informazione, quindi ci arrivo passando da un collegamento alternativo. È come se una strada fosse bloccata e ne dovessi fare una un po’ più lunga, non convenzionale, ma che mi permette di arrivare alla meta: quest’altra strada è quella che mi fa pensare prima a dov’è la destra e poi di conseguenza mi fa trovare la sinistra”.

Forse non è stato il miglior esempio che potevo tirarle fuori. Ricordo che conclusi la conversazione con una battuta per stemperare la tensione e l’imbarazzo che provavo e provo ogni volta che devo spiegare cos’è la dislessia per me: dissi una cosa come “Beh, non si preoccupi, quando è ora di votare non mi sbaglio tra sinistra e destra!”.

Forse la mia spiegazione risultava così vaga e confusa perché non mi piace spiegare come funziona questo problema, un po’ per vergogna, un po’ per rabbia, un po’ perché non mi sento capito o semplicemente perché è strano spiegare cosa c’è di diverso in te rispetto agli altri. Per farlo non ho un metro di paragone, so solo come funziono io da sempre, non so come funzionino gli altri o come dovrebbe essere quella “normalità” tirata fuori spesso dalla professoressa Girolami. Rientrava nei suoi “Hai sicuramente qualcosa di diverso dal normale” oppure “Chi è normale impara queste cose da piccolo”, ogni volta era un colpo alla mia autostima e non era la prima volta che mi sentivo paragonato a questa fantomatica normalità che hanno le altre persone…Chissà poi cos’è davvero normale.

La professoressa in questione non insegnava nella mia classe, io ero in terza superiore mentre lei insegnava al biennio. Quell’anno in classe si era ritrovata tre ragazzi con problemi di dislessia, “i DSA”, come li chiamava lei, e non avendo troppa dimestichezza con questo genere di problema d’apprendimento voleva capire come poteva gestire al meglio i tre alunni.

Lodevole, pensai subito, fossero tutti i professori così interessati ai problemi dei ragazzi! Ma più la conversazione andava avanti più avevo quella sensazione vissuta svariate volte di stare davanti a una persona che non stava poi cercando di capire un problema, ma cercava invece un modo per “risolverlo”: così, la conversazione si trasformava in un dialogo tra sordi e io, di conversazioni simili, ne avevo già avute abbastanza. Nonostante non fosse la prima volta era comunque difficile, imbarazzante e triste per certi aspetti spiegare cosa fosse per me la dislessia e percepire il disagio dall’altra parte, la tendenza anche inconsapevole a sottolineare che non è la normalità, il desiderio di curare questa strana malattia e in certi casi la propensione a sminuire il problema.

Forse, se ci penso sul serio, mi viene da dire che la dislessia è come un ingranaggio rotto nella mia testa, gli manca qualche dente e fa girare male tutto il resto, a colpi inceppa il meccanismo mentre altre volte sembra funzionare tutto in modo normale, ma è sempre lì e non si può aggiustare. Lo sento quando manca quel qualcosa, quella sensazione che fa dire “maledetta dislessia”, che mi fa gonfiare di rabbia il cuore nel sapere che questa cosa non si vede e non fa rumore, la riconosco io ma dell’esterno si vede solo uno che sbaglia a scrivere le più semplici parole, che legge con lentezza e non riesce fare i conti a mente.

“Maledetta dislessia”, penso quando vorrei leggere i libri a gran velocità, come fosse una cosa facile da fare invece mi devo sforzare perché richiede molto più tempo e più concentrazione del normale, vorrei non sentirmi così diverso nello studio e non dover elemosinare “aiuti” prima a scuola e poi agli esami, aiuti che suonano come privilegi di cui mi vergogno.

Forse vorrei dire “Mi scusi, professoressa Girolami, ma provare a curare un dislessico facendogli fare 100 volte lo stesso esercizio è il motivo per cui i ragazzi con questi problemi si sentono ancora più sbagliati, poco intelligenti, senza voglia di studiare, perché alla 101esima volta faranno ancora lo stesso sbaglio, lo capisce o no che quel ragazzo apprende le cose in maniera diversa da quella che è la cosiddetta normalità? Non deve fargli fare 100 volte la stessa cosa ma semmai trovare 100 modi diversi per arrivarci, uno di questi andrà bene anche per lui”.

La dislessia è come un mostro buono, uno strano animale che non sa bene dove andare: all’inizio fa paura, lo vorresti nascondere, lo detesti e vuoi liberartene. Poi, se lo accetti per com’è, ti ci puoi abituare, si fa conoscere e ci vivi insieme volentieri, una volta capito che non è un tumore da asportare. Non si tratta di un problema da riferire ad un medico, per cui richiedere un farmaco o un palliativo: è dentro la mia testa e non scomparirà, più che un mostro è un bambino impertinente che tira i fili tra i pensieri, tagliandone alcuni di importanti ma legandone altri alla rinfusa, così che tutto resti unito in un intreccio che solo all’inizio sembra confuso.

Forse allora non ho bisogno di essere normale, basta accettare che non esiste la normalità. Se ci penso bene me ne accorgo anch’io, che in alternativa alle classiche strade ne ho trovate altre per capire le cose, per ogni ingranaggio sdentato ne ho messi in moto diversi, magari non convenzionali, e per ogni filo tagliato ce ne sono altri intricati in modo strano ma non sbagliato, anzi. Questo è l’unico modo che conosco per far funzionare tutto e “adottare”, se così si può dire, questo animale un po’ selvatico un po’ addomesticabile che è la dislessia.

"Missioni spaziali" - di Pietro Amato

Clicca qui per leggere il racconto di Pietro. 

"Un DSA alla corte di Coliandro" - di Matteo da Roma

Clicca qui per leggere la lettera di Matteo all'Ispettore Coliandro, il personaggio televisivo interpretato da Giampaolo Morelli.

All'interno di questa diretta, a partire dal minuto 25.28, l'ex vicepresidente AID Giacomo Cutrera legge la lettera di Matteo a Giampaolo Morelli.

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