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Le riflessioni di Antonio Caterino, avvocato con DSA, pubblicate su Questione Giustizia

Sulla strada dei diritti: il percorso di un adulto con DSA

Sulla strada dei diritti: il percorso di un adulto con DSA

La rivista Questione Giustizia ha pubblicato un articolo in cui l'avvocato Antonio Caterino racconta le sfide e le opportunità poste dalla dislessia al proprio percorso, approfondendo i temi del diritto allo studio e dell'accesso al lavoro delle persone con Disturbi Specifici dell'Apprendimento.

Antonio si è battuto affinché anche ai candidati con DSA all'esame di abilitazione alla professione di avvocato fossero assicurate pari opportunità di successo. Grazie al suo impegno, a dicembre 2019, è stato siglato un Protocollo d'Intesa fra la Corte d'Appello e l'Ordine degli Avvocati di Milano, poi aggiornato ad aprile 2021, per consentire alle persone con DSA di avvalersi - in sede d'esame - delle misure compensative e dispensative analoghe a quelle previste della legge n° 170 del 2010. Questa importante iniziativa ha aperto la strada all'approvazione di un decreto legge, a ottobre 2021, che ha introdotto per la prima volta l’applicazione delle predette misure a favore dei candidati con DSA, impegnati in sede d’esame d’avvocato in tutta Italia.

Riportiamo di seguito un passaggio del suo intervento, consultabile qui nella versione integrale.

Sulla strada dei diritti: il liceo e l'università

Se 20 anni fa, quando da studente di liceo scientifico in costante conflitto con il tempo che non bastava mai e con i giudizi sempre troppo severi nei miei confronti, nonostante gli sforzi e l’impegno assiduo nello studio, mi avessero detto che avrei conseguito una laurea in giurisprudenza e che avrei poi ottenuto il titolo di avvocato, non avrei mai potuto credervi, anche se probabilmente, in cuor mio, ci avrei davvero sperato. In quel periodo, le difficoltà erano tali e così pervasive che non era facile immaginare quello che così sorprendentemente sarebbe accaduto successivamente. A impensierirmi non era tanto la mancanza di motivazione o di dedizione allo studio, quanto piuttosto la mia naturale e reiterata inclinazione al fallimento, che finiva per complicare e ritardare il compimento di tutto quello a cui tenevo.

La situazione non migliorò particolarmente all’università, dove a fronte di un impegno totale risultavo, comunque, sempre imprevedibile nei risultati, buoni o cattivi che fossero. In sede d’esame, infatti, poteva accadere di tutto: potevo con la stessa facilità ottenere la lode oppure ritrovarmi a dover lottare per difendere un 18 e salvare la faccia, quantomeno di fronte ai miei genitori, altrimenti increduli di fronte all’ennesima clamorosa disfatta. Le amnesie in sede di esame mi tiravano sempre brutti scherzi.

Tutto questo accadeva e si ripeteva, senza che mi fosse in alcun modo chiara la causa di questo mio “malfunzionamento”. Mi limitavo semplicemente a supporre che fossi più lento e sicuramente più inefficiente nello studio rispetto ai miei coetanei e che, pertanto, non avevo altre soluzioni se non quella di quintuplicare gli sforzi e coltivare fiducia, insomma provare ad essere «forte nelle tribolazioni e lieto nella speranza», come insegnano agli scout. Ed è con questo spirito che mi sono sempre rialzato ogni volta che le cose non andavano come sarebbe stato lecito o forse giusto attendersi o, semplicemente, come avrei meritato, in considerazione della fatica, degli sforzi e del tempo dedicati alla preparazione delle materie d’esame.

Tuttavia, dopo un primo periodo più complesso, durato quasi due anni, un esame dopo l’altro, grazie ai miei straordinari colleghi, chiamati sistematicamente a mettere alla prova e consolidare le mie conoscenze prima degli appelli (molti dei quali, oggi, giovani magistrati) dopo quasi 7 anni dall’inizio degli studi in giurisprudenza, nel 2012, sono giunto a discutere la tesi di laurea. A questo appuntamento, però, mi sono presentato con una consapevolezza, una leggerezza e, forse, anche una gioia del tutto nuova, perché due giorni prima della data della discussione di laurea avevo finalmente appreso il motivo di quelle assurde, inspiegabili difficoltà, capaci di rendere leggendari i miei esami e le conseguenze che ne derivavano (per i primi anni di università, infatti, sono stato uno specialista nel mandare a monte 3 o, a volte, anche 6 mesi di «studio matto e disperatissimo», rendendoli completamente vani).

Semplicemente ero (o meglio, sono) dislessico e, come sicuramente accaduto a molti altri prima di me, non l’avevo mai saputo prima di allora. A 26 anni, dunque, per la prima volta, a seguito di una visita specialistica fissata per la diagnosi dei DSA in età adulta, la vita mi ha messo nella condizione di conoscermi meglio, andando a scrutare nel profondo, e di capire con enorme soddisfazione le ragioni di quel mio modo così particolare di processare ed interagire con le informazioni di un testo. Per tutte queste inattese rivelazioni non potevo che essere felice.

Dopo la diagnosi

La profonda e rinnovata consapevolezza che è derivata dalla diagnosi è stato il più bel regalo di laurea che potessi ricevere e, peraltro, mi veniva recapitato con due giorni di anticipo.

Nel mio caso, la certificazione dava atto della compresenza di tutti e quattro i DSA (dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia) e di una avvenuta «compensazione da talento» degli stessi, che si verifica quando ciascuno di noi prova, attraverso soluzioni personali, a disinnescare le interferenze prodotte dalle difficoltà e a immaginare una via alternativa per aggirare gli ostacoli.

Chiedo scusa se in queste prime righe mi sono lasciato andare a considerazioni così personali che esulano dal cuore di questo scritto, ma l’ho fatto perché vorrei approfittare di questa sede così prestigiosa e autorevole per infondere fiducia e speranza non solo ai giovani che ora stanno affrontando la sfida dei DSA, a scuola, all’università o nel lavoro, ma anche ai loro genitori, spesso preoccupati, comprensibilmente, per il destino dei loro figli, apparentemente più incerto di quello degli altri. É a voi che va, in particolare, il mio messaggio, ma non solo a voi, perché è a noi tutti - persone con o senza DSA - che ho pensato quando ho iniziato a riflettere su cosa potessi fare per aiutare il nostro sistema ad aiutarci.

Credevo che perdere il valore che l’intelligenza dislessica può offrire non sarebbe stato solo un grave torto fatto alle persone con DSA ma all’intero sistema delle nostre comunità, che avrebbero perso un’occasione preziosa per mettere a frutto le nostre qualità di persone sensibili, coraggiose e infaticabili, in molti casi sviluppate come risposta ai tentativi di adattamento a contesti difficili, se non addirittura ostili. Dovevo quindi lavorare per rimuovere il pregiudizio che corrompe e inquina, sistematicamente, ogni valutazione condotta sulle persone con DSA e che, inevitabilmente, impedisce alle comunità di investire con fiducia nei nostri confronti.

Aiutiamoli ad aiutarci

I DSA, ancora oggi, sono contrassegnati da un perdurante e prevalente significato negativo, fortemente radicato anche nella cultura e nell’esperienza di chi ne è portatore.

Purtroppo, essere dislessici ci induce a sentirci sbagliati e in difetto e perciò ci costringe, ogni volta che non si può fare diversamente, a nascondere quasi con un senso di colpa i nostri DSA, considerandoli qualcosa di vergognoso, imbarazzante o inopportuno su cui è necessario tacere, con la conseguenza che oggi sono ancora troppo poche le persone che hanno trovato il coraggio di parlare pubblicamente dei propri DSA.

Naturalmente, sono il primo a riconoscere che questa reazione non solo è legittima, ma a volte anche necessaria per proteggerci dal dolore che abbiamo subito o che continuiamo a subire a causa di persone con atteggiamenti aggressivi e irrispettosi, sempre pronte a giudicare e quasi mai a comprendere. Tuttavia, se nessuno di noi si attiverà per sovvertire il significato negativo riconnesso ai DSA, per dissipare questo infondato pregiudizio dalle opinioni che dominano la nostra cultura e le convinzioni stesse delle persone con DSA, allora continueremo ad essere condannati a rivivere questa esperienza con sofferenza, quando invece, al contrario, una nostra apertura potrebbe spalancarci straordinarie opportunità di crescita.

Del resto, se oggi il mercato del lavoro, nonostante i progressi di questi ultimi anni, resta ancora un terreno ostile alle persone con DSA, è innegabile che una parte della responsabilità sia imputabile anche a noi stessi, che abbiamo deliberatamente scelto di non mettere il datore di lavoro a conoscenza dei nostri DSA e, quindi, nella condizione di aiutarlo ad aiutarci. Sono consapevole che parlare al proprio datore di lavoro di DSA può rivelarsi controproducente (lo ha confermato pochi giorni fa anche un rapporto dell’Associazione Italiana Dislessia). Anche nel mio caso, soprattutto all’inizio del mio percorso lavorativo, lo è stato: ma posso assicurarvi - e spero che quello che leggerete in queste pagine possa convincervi di ciò - che le persone che sono disposte ad aiutarci sono in numero molto maggiore rispetto a quelle che ci volterebbero le spalle.

Persone con atteggiamenti negativi e offensivi ci sono e ci saranno sempre, ma - per citare Piero Calamandrei nelle sue lezioni sulla Costituzione - non dobbiamo permettere loro di spegnere la nostra ardente «fiamma spirituale», certi che troveremo sulla nostra via figure speciali, pronte a premiare il nostro coraggio e la nostra onestà. Le iniziative in questo campo e i progressi che ne sono seguiti sono il risultato del sostegno di personalità straordinarie, che hanno messo la loro autorevolezza e il loro prestigio a favore della causa della tutela dei diritti delle persone con DSA, affinché giustizia e uguaglianza sovvertissero torto e discriminazione.

Senza di loro, il loro coraggio e la loro fede nelle nostre capacità, nulla di quanto è stato compiuto sarebbe potuto accadere, perché da solo, come dislessico, non avrei mai potuto fare così tanto e, soprattutto, arrivare così lontano.

I DSA non sono un limite

Tutti noi possiamo fare moltissimo, se lo vogliamo, indipendentemente dalle etichette che ci hanno cucito addosso. I voti non esauriscono mai il giudizio sulla nostra intelligenza; ci possono dire alcune cose, ma sicuramente non tutto e non abbastanza. Quindi, la nostra condizione, per quanto ci renda a disagio, non può e non deve essere di ostacolo alle nostre iniziative e, soprattutto, al futuro che sapremo costruirci con quelle iniziative.

Personalmente, il fatto che abbia deciso di parlare apertamente e con fiducia dei miei DSA nel contesto del mercato del lavoro, non deriva da una storia di successo a scuola e all’università. Non l’ho fatto perché ero bravo a scuola e all’università, condizione che naturalmente può aiutare a parlarne più serenamente. La mia storia, infatti, è come quella di tanti, fatta di alti e bassi, di battute d’arresto e di ripartenze, costruita essenzialmente sull’impegno, sulla costanza e sulla tenacia del duro lavoro che non ammette scorciatoie.

Ho parlato perché mi sentivo altrettanto forte e sicuro, come il migliore degli studenti, per una ragione: io avevo studiato molto di più del migliore degli studenti anche sei i miei voti dicevano il contrario. Questo ad esprimere che si può essere dislessici, che si può essere insoddisfatti di risultati quasi sempre al di sotto delle aspettative, ma che, se si è disposti a resistere e lottare per crescere un centimetro alla volta, si può essere orgogliosi della persona che si è, anche se alle spalle non si è vissuta una esistenza da primi della classe.

In altre parole, non è vi nulla di vergognoso o di limitante nell’avere un DSA, anche quando le cose non vanno come davvero vorremmo o come sarebbe giusto che andassero. Perciò, crescendo, diventa cruciale, secondo il proprio giudizio e naturalmente con i propri tempi, imparare a capire quando è opportuno aprirsi all’esterno e parlare con equilibrio e serenità dei propri DSA, per cercare e ottenere il contributo di chi può aiutarci a fare di più e sempre meglio.

Nel mio caso, però, vi è stato anche un elemento in più, perché assecondare questa scelta per me è stato ancora più facile: correva l’anno 2012, mi ero appena laureato in giurisprudenza e, in quel preciso momento storico, nessuno osava parlare di DSA nel mercato del lavoro e, in particolare, nell’avvocatura, orizzonte in cui mi stavo proiettando. Di conseguenza, non potevo eludere questa responsabilità. Dato che nessuno prima di me aveva portato pubblicamente il tema dei DSA all’attenzione dell’avvocatura, sentivo che era mio compito impegnarmi per creare le condizioni affinché chi sarebbe arrivato dopo di me si potesse avvalere di quelle regole che anche io avrei sperato di trovare già in atto, pronte per essere applicate.

E' possibile leggere l'articolo completo su Questione Giustizia.

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