Aiutami ma non così. Intervista all'autore Alessandro Locatello
"Aiutami, ma non così" è il racconto autobiografico di Alessandro Locatello, un viaggio nel mondo della dislessia che attraversa la scuola primaria, le medie, le superiori fino all'università e ai primi passi nel mondo del lavoro.
Nel libro, pubblicato con il patrocinio di AID e una presentazione firmata da Michela Gobbi, già consiglio direttivo AID, Alessandro racconta con uno sguardo lucido e mai retorico cosa significhi crescere con un DSA: le difficoltà, certo, ma anche le strategie, le scoperte (come quella degli audiolibri) e il progressivo percorso verso un'autonomia piena, fino a un'esperienza di studio all'estero che gli ha permesso di guardare il tema del supporto da un'altra prospettiva.
Il titolo del libro dice già molto: le norme e gli strumenti compensativi servono, ma da soli non bastano mai. Serve ascolto, capacità di adattarsi, la giusta misura tra aiutare e lasciare spazio.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato l'autore.
1. Il titolo, Aiutami, ma non così, dice già molto. Cosa intendevi comunicare con questa scelta, e qual è l'aiuto "sbagliato" che hai vissuto più spesso?
Il titolo tiene insieme due cose che per me sono sempre andate insieme: avevo bisogno di aiuto e non potevo farne a meno, ma il modo in cui mi veniva dato spesso faceva più male della difficoltà stessa. Non è un libro contro chi mi ha aiutato: tutti gli adulti intorno a me erano in buona fede e hanno fatto quello che erano capaci di fare. Come in molti altri aspetti della vita, quantità e qualità sono due categorie separate. Tra "aiutare troppo" e "aiutare troppo poco" c'è una linea sottilissima, e si sposta man mano che il bambino cresce così da costruire autonomia. Le modalità di questo aiuto sono però altrettanto importanti sebbene più complesse poiché variano in forma e contenuto…
Magari una similitudine del mondo adulto può essere quando una persona “vicina” ci dà un consiglio che non ha nulla a che fare con la nostra persona o la situazione che stiamo vivendo. Questo ci lascia perplessi sul se ci abbia ascoltato, o cos’abbia capito, o se ci conosca. Oppure quando qualcuno ci dà un consiglio in pubblico per qualcosa prima discusso in confidenza. Si può assumere che il consiglio sia dato di cuore, ma comunque fa storcere il naso. Forse qualche domanda in più avrebbe aiutato a capire; forse la pazienza; forse l’empatia; forse mille cose.
Ognuno ha le sue sensibilità. L'aiuto “sbagliato” che ho vissuto più spesso era quello deciso sopra la mia testa che premeva su queste sensibilità. Nello specifico, io ero particolarmente interessato alla segretezza della mia condizione e l’aiuto che nella forma mi rendeva visibile a tutti, aveva evidentemente ripercussioni emotive.
2. Nel libro racconti la tua storia dalla scuola primaria fino all'università. C'è un episodio dell'infanzia che ancora oggi consideri decisivo per come hai imparato a convivere con la dislessia?
Partendo dal ricevere un'etichetta che non capivo, la tristezza e vergogna di essere diverso, la convinzione che sarei stato per sempre limitato ed incapace di cavarmela da solo; gli episodi in cui ho imparato a convivere sono stati molti e graduali. Probabilmente una specie di terapia di esposizione casuale e fortunatamente di successo.
Un aneddoto che mia mamma mi raccontò in macchina: il papà di una mia compagna, dislessico, lavorava come chimico. Non avevo mai sentito parlare di un adulto dislessico. Scoprire che poteva lavorare, avere una famiglia e chiedere aiuto senza drammi fu, in silenzio, molto significativo. Un po’ sciocco a pensarci, però se le cose nessuno te le dice, mica te le inventi.
Altri momenti significativi, con amici e conoscenti, confidare il mio segreto e vedere che molti capivano, rispettavano ma anche, credo involontariamente, davano il giusto peso alla cosa senza minimizzarla.
3. Parli spesso del ruolo di tua madre nel tuo percorso. Cosa ha funzionato davvero, nel modo in cui i tuoi genitori ti hanno affiancato, e cosa invece rifaresti diversamente?
Credo abbia funzionato soprattutto l’ascolto ed il dialogo. Mia mamma tornava sulle cose che vedeva avermi ferito o messo in difficoltà, per capire, più che per spiegarmi, e la volta successiva vedevo almeno il tentativo di fare diversamente. La dinamica di queste conversazioni era per lo più libera e paziente. Poi il lavoro concreto e invisibile: lei e mio papà mi hanno letto e registrato praticamente tutti i libri di testo fino alla terza superiore. E’ una scelta che condivido molto: pur essendo insegnante di sostegno, ha deciso di restare mia madre e non diventare un'altra mia insegnante.
Cosa rifarei diversamente… I condizionali sono sempre un po’ pesanti… Credo nessuno abbia agito con malizia e “del senno di poi son piene le fosse”. Si può però riflettere sulle cose andate male e cercare di imparare qualcosa su di sé. Subito dopo la diagnosi, mia mamma scelse di minimizzare, liquidando la spiegazione con poche parole. La capisco: anche lei doveva metabolizzarla. Ma io, senza spiegazioni, riempii quel vuoto con le ipotesi peggiori. Credo che ad un bambino la diagnosi vada spiegata con i metodi e le parole che più risuonano con lui. Forse, più in generale, ci è voluto tempo per capire che non tutte le strategie efficaci funzionano per tutti: io volevo essere "aiutato in autonomia", qualcuno che mi aiutasse in silenzio senza sostituirsi a me.
A queste però si oppongono altri innumerevoli ed irriconoscibili elementi favorevoli che se fossero stati diversi, avrebbero lasciato o aperto altri buchi.
4. Descrivi la scoperta degli audiolibri come un momento che ti ha cambiato la vita. Puoi raccontarci come è successo e perché ha avuto un impatto così forte?
All'inizio li ho rifiutati. Il primo me lo regalarono a Natale in prima media ed era il primo volume di Harry Potter: per me era un affronto, uno strumento "diverso" dato a una persona "diversa" per fare una cosa "normale" come leggere un libro. Per un anno non l'ho toccato.
Poi in casa arrivò la Divina Commedia in audiolibro. Mia mamma iniziò ad ascoltarla mentre faceva le faccende e io giocavo in soggiorno. Ero sospettoso che la ascoltasse per farmi da esempio, e la cosa mi disturbava alquanto, quindi le chiedevo di spegnere. Lei senza discussioni assecondava la richiesta, ma vedevo che quando cambiavo stanza lei la riaccendeva, lasciando intendere che le piacesse davvero. Andò a finire che mentre lei ascoltava, ascoltavo anch'io. La lettura di un attore professionista rendeva affascinante anche un testo che non capivo. Da lì ho ceduto alla curiosità e ho tirato fuori il "mio" Harry Potter. Fu una folgorazione: per una settimana rimasi ore sul tappeto a giocare con le costruzioni ascoltando la storia.
L'impatto è stato doppio. Da un lato ho scoperto il piacere dei libri, che prima mi era precluso. Dall'altro, già dalla settimana successiva, i miei temi sono cambiati: sono comparsi aggettivi e avverbi, non pensavo più solo a cosa dire ma a come dirlo, perché nella mente del lettore si ricreasse l'immagine che avevo nella mia. Ancora oggi mia mamma giura che la Divina Commedia le piaceva davvero. Visto come le cose sono casualmente andate esattamente come lei avrebbe desiderato, sono ancora un po' sospettoso.
5. Sei arrivato all'università con una grande autonomia nello studio, organizzando da solo tempi e metodo. Come sei arrivato a costruirti questo sistema, e cosa consiglieresti a chi fatica ancora a trovarlo?
Non ci sono arrivato in un colpo solo: è stato un percorso di piccoli passi lungo una ventina d'anni. Alle medie studiavo ascoltando la voce registrata di mamma o papà e costruendo mappe; per storia mi facevo un "film mentale" delle lezioni. Al liceo lavorare con le mappe era troppo lungo e sono passato a un sistema di evidenziatori e pallini a matita che mi permetteva di ripassare per cerchi concentrici. Poi la sintesi vocale ha sostituito progressivamente le registrazioni.
All'università il metodo è diventato quasi ingegneristico: scrivere tutto quello che il professore dice o scrive, poi calcolare le ore necessarie per sistemare gli appunti, studiarli e fare gli esercizi, e pianificando il semestre di conseguenza. Anche qui ci sono stati vari passi; il primo e più incisivo al primo semestre quando andai male in Analisi 1; cambiai approccio e passai l'esame con un rispettabile 27.
A chi fatica ancora direi tre cose. Primo: il metodo è personale e cambia nel tempo, quindi non cercate quello definitivo, cercate quello che funziona adesso. Secondo: cambiate un pezzo alla volta, spesso basta una piccola variante per trasformare una strategia che non funziona in una che funziona. Terzo: tenete un criterio semplice per valutarlo. Il mio era: arrivo alla sufficienza, sì o no? Ho abbastanza tempo per fare altro, sì o no?
In realtà queste tre indicazioni si applicano a molti altri aspetti della vita.
6. Hai vissuto anche un'esperienza di studio all'estero, alla TU Eindhoven, dove il supporto per la dislessia era molto diverso da quello italiano. Cosa ti ha insegnato questo confronto tra sistemi?
In Italia avevo il 30% di tempo aggiuntivo; a Eindhoven la dislessia si era ridotta a un pezzo di carta che mi dava trenta minuti in più per esame, indipendentemente dalla forma o durata dell’esame. Provai a spiegare che i test della mia certificazione erano stati fatti nella mia lingua madre e che in inglese la difficoltà era ben più marcata. Mi risposero che quello era l'aiuto previsto e che, se ci fossero stati problemi, ne avremmo riparlato. Questo fare ligio, dogmatico e un po’ spietato è parte della cultura locale a cui dovevo adattarmi. Per onestà: problemi di tempo non ne ho mai avuti né in Italia né ad Eindhoven.
La differenza più grande, però, non era nel supporto ma nella didattica. La TU-Eindhoven lavorava per progetti, con moduli di due mesi e mezzo, consegne settimanali e problemi da risolvere in gruppo. Il mio metodo "impara tutto, fai tutti gli esercizi", che in Italia funzionava benissimo, lì non funzionava più. Ho dovuto costruirmi una flessibilità che non avevo.
Cosa mi ha insegnato? Beh, sicuramente che sebbene non ne abbia avuto bisogno, un aiuto standard uguale per tutti, rischia di non essere calibrato su nessuno. Però ho capito anche che l'obiettivo di tutto il supporto ricevuto negli anni era proprio questo: arrivare a saper discutere e gestire da solo quello che mi serve con le persone e le regole degli ambienti in cui mi trovo.
7. Nel libro scrivi che le leggi e gli strumenti compensativi "servono ma non bastano mai". Cosa manca, secondo te, perché il supporto sia davvero efficace e non solo formale?
La Legge 170/2010 è stata fondamentale, e l'ho citata spesso nel libro proprio per ricordare quanto sia ben pensata. Ma una norma dice cosa si può fare, non come farlo con quel bambino specifico. Scegliere tra strumenti compensativi e misure dispensative sembra facile sulla carta; capire quali sono quelli giusti, e quando, è tutt'altra cosa.
Secondo me tre sono gli aspetti fondamentali. Il primo è chiedere al bambino. Sembra banale, ma molte delle situazioni peggiori che ho vissuto sono nate da aiuti decisi senza di me. E bisogna dargli tempo per rispondere: spesso un bambino non sa dire subito cosa gli serve. Il secondo è la comunicazione tra scuola, famiglia e studente, quello che nel libro chiamo il triangolo comunicativo: quando funziona, ognuno fa la sua parte e il ragazzo si sente libero di dire la sua. Il terzo è una formazione minima per chiunque entri in classe; così come è obbligatorio un corso sulla sicurezza, potrebbe esserlo uno sui disturbi del neurosviluppo. La responsabilità di un insegnante non è solo burocratica, è anche profondamente umana.
8. Sei anche una persona a cui piace la matematica, e nel testo emerge una forte componente di creatività e capacità di riflessione. In che modo pensi che la dislessia abbia influenzato il tuo modo di ragionare e risolvere problemi?
Devo essere onesto: non so dire con certezza quanto sia la dislessia e quanto sia semplicemente parte di me. Mentre è facile correlare due eventi, la causalità è molto più complessa da dimostrare.
Quello che posso raccontare sono le strategie che ho sviluppato per aggirare le difficoltà. Le tabelline, per esempio, non le ho mai imparate a memoria ma le calcolavo, sempre più velocemente, perché memorizzarle per me era impossibile. Alla maturità, senza formulario, ho ricavato buona parte delle formule che non ricordavo. Scrivendo, siccome rileggere e correggere era evidentemente faticoso, ho imparato a costruire la frase completa in testa prima di scriverla. Sono tutte vie alternative, nate per necessità, che col tempo sono diventate un modo di pensare.
Nel libro però ci tengo a non farne una favola del "talento nascosto". Credo che parte del mio funzionamento (creativo, numerico, visivo) mi abbia favorito, ma è innegabile che la dislessia mi abbia anche largamente svantaggiato. Uso spesso una metafora: è come guidare in autostrada con una macchina che non va oltre la seconda marcia; per un po' corri anche veloce, ma poi il motore si surriscalda.
9. Oggi, entrato nel mondo del lavoro, come racconti la tua dislessia a un datore di lavoro o durante un colloquio? Cosa hai imparato su come comunicarla?
Ne parlo quasi sempre ed in modo chiaro ai colloqui di lavoro, spiegando cosa vuol dire e cosa non vuol dire. Finora, in tutti gli ambienti con cui sono entrato in contatto, ho trovato persone motivate a capire di cosa avessi bisogno, rispettose delle mie difficoltà e capaci di valorizzare le mie qualità. Con la grande complessità del mondo, un buon ambiente di lavoro non può pretendere che tutti siano eccellenti in tutto, quindi il suo responsabile deve saper bilanciare le competenze della squadra.
Poi mi piace scherzare dicendo che ho passato gli ultimi anni di attività lavorativa a correggere grammatica e sintassi in documenti aziendali. Mi fa ridere l’ironia, anche se in realtà mi occupo di molti altri aspetti oltre a questo. Certo sì, sono dislessico, ma questo non significa che non possa occuparmi anche di aspetti che richiedono particolare attenzione alla lettura o scrittura. Con gli strumenti giusti e un po’ di coraggio si può fare quasi tutto.
10. Se potessi parlare al "te" bambino che stava affrontando le prime difficoltà a scuola, cosa gli diresti oggi?
Gli direi che essere diverso non vuol dire essere meno degli altri. Che la dislessia descrive come funziona il suo cervello, non chi è. Gli direi di non credere nemmeno a chi gli porta come esempio i dislessici famosi: la sua storia non deve essere straordinaria per valere qualcosa. Diventerà adulto, lavorerà, farà cose che gli piacciono, e andrà bene così.
E gli direi che ha il diritto di dire cosa gli serve, e anche cosa non gli serve. Che può dire "aiutami", e può dire "non così".
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Aiutami, ma non così. Un viaggio nel mondo della dislessia, quando le norme servono ma non bastano mai
Autore: Alessandro Locatello
Editore: ilmiolibro self publishing
Anno di pubblicazione: 2026
Dati: 124 p., brossura