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Matilde ha 17 anni, la dislessia, la discalculia e tante urgenze da raccontare.

Una lumachina e il suo altro modo di vedere il mondo. Intervista a Matilde Vecera

21 Luglio, 2026

Matilde ha 17 anni, la dislessia, la discalculia e tante urgenze da raccontare. Ci ha scritto qualche settimana fa con un messaggio che ci ha emozionato profondamente. Ci ha parlato di sé, del percorso non facile degli ultimi due anni, di come ha imparato ad accettarsi e a volersi bene. E di come, da tutto questo, sia nata una storia: un albo illustrato che si chiama "Un altro modo di vedere il mondo" , le stesse parole della nostra campagna, e che ha per protagonista una lumachina che indossa con orgoglio i nostri occhialoni color turchese.

Abbiamo voluto incontrarla e farle qualche domanda. Perché le sue parole possono dare forza a tanti ragazzi e ragazze che in questo momento si sentono soli, sbagliati, incompresi. E perché storie come la sua sono esattamente il motivo per cui facciamo quello che facciamo. Nella speranza che un giorno il suo albo possa essere pubblicato e letto da tante e tanti... ecco la nostra intervista a Matilde!

1. Matilde, raccontaci di te: come hai scoperto di avere la dislessia e la discalculia e come hai vissuto quel momento? 

Ho scoperto di avere la dislessia e la discalculia in primo superiore, all'età di 15 anni. Quando mia madre nonostante il parere contrario di tutti gli insegnanti ha deciso, anche contro la mia volontà, di farmi fare le valutazioni. Dico sempre che scoprirlo tardi, quando si è “grandi“ e non più bambini, incide molto sulla persona che sei, sei stata e diventerai. É una cosa che ti cambia in qualche modo, anche se ha sempre fatto parte di te. Non è stato un percorso semplice. Io non volevo neanche fare i test per confermare queste mie presunte difficoltà, è stata mia mamma a spingermi a farlo. Tra psicologi, neuropsichiatri ecc. devo dire che inizialmente non ho trovato adulti molto competenti e con la giusta delicatezza. Una volta mentre esprimevo il mio rifiuto nei confronti del DSA, mi è stato detto: “pensa che c’è chi non ha una gamba“, come se paragonare le mie difficoltà ad un altro tipo di dolore avesse dovuto sollevarmi. Insomma ho provato tanta rabbia, nei miei confronti e nei confronti di chi diceva di capirmi.

Quando è arrivata la diagnosi di Dislessia e discalculia mi sono messa a piangere. Non sapevo che cosa volessero dire queste parole strane. Mi sono sentita subito sbagliata, “rotta“, nonostante avevo a fianco chi cercava di convincermi del contrario. Mi vergognavo e il mio primo pensiero è stato quello di non poter continuare più la mia passione per la recitazione. Mi ripetevo che un’attrice non può essere dislessica, non può avere problemi di memoria; non può sbagliare le parole ... mi chiedevo come lo avrei dovuto dire agli altri; che cosa avrebbero pensato di me. Non ho mai chiesto aiuto a nessuno; non ho mai voluto l’aiuto di nessuno; dovevo riuscirci da sola anche a costo di provarci e riprovarci e restare lì finché non ottenevo ciò che volevo.

Molti mi hanno detto che è per questa mia grande determinazione che sono riuscita ad andare bene a scuola senza aiuti e strumenti compensativi di alcun tipo. Ma io non la sento una cosa positiva; non era una determinazione vincente; era competizione; era rabbia; era un dovere che mi imponevo senza altra via d’uscita, o riuscivo o riuscivo. E così è stato. Avevo quasi sempre il massimo dei voti, eppure non ero felice. Ottenere grandi risultati dopo aver dato tanto mi dava la spinta per fare ancora di più. Mettevo nella scuola tutte le mie energie, togliendole al tempo libero, agli amici; alla mia passione più grande. I miei genitori mi dicevano di smettere di studiare. A me questa cosa nella disperazione faceva ridere tantissimo: pensavo sempre che di solito accade il contrario ahahahah! 

Sono sicura che quello che mi ha salvata davvero è stata la recitazione, il teatro, il cinema. Sono sempre stati la mia valvola di sfogo, un luogo magico, sicuro, un posto da cui uscivo sempre, a prescindere da come entravo. Con gli occhi che brillavano, il cuore felice, il corpo pieno di energia e di gioia. È sempre stato il motivo per cui dovevo riuscirci, per cui non potevo mollare. Era tutto quando mi sentivo niente. È parte di me. A scuola ero l’alunna modello: 10 in condotta e ottimi voti. “Signora che dobbiamo dire di Matilde, lei ascolta sempre, è educata, ha degli ottimi risultati; si vede che si impegna tanto ... da quanto vuole essere perfetta riguarda le verifiche fino all’ultimo, le consegna sempre per ultima!!















Sì è vero, la campanella suonava, tutti iniziavano la merenda e io ancora stavo lì seduta al mio banco, con le mani che mi sudavano e con il foglio un po stropicciato nella speranza che se lo avessi stretto ancora un po’ e avessi continuato a provare fino a che qualcuno non me lo avesse tolto ... forse mi sarebbe arrivata la risposta a quel problema, o almeno potevo dire che avevo dato il massimo. “Matilde sei sempre l’ultima ahahaha te la vuoi portare a casa quella verifica??". Quando tornavo a casa da scuola, pranzavo e correvo subito a fare i compiti, non perchè mi andasse, perché altrimenti il pomeriggio non mi sarebbe bastato e a me non piaceva fare i compiti dopo cena, perché dopo cena ho sempre amato guardare un film con papà sul divano.

Ma si sa che più si cresce, più il livello aumenta, come la mole di studio e così la difficoltà. E mi sarebbero servite giornate da 48h anzi 72h per riuscire a fare tutto senza correre o esasperarmi . Arrivata in primo superiore non avevo più tempo per me; non avevo più le forze per dare il massimo, eppure avevo sempre ottimi voti che mi costavano notti insonni, pianti e sacrifici. Ero bravissima; ma detestavo la domenica sera: avevo l’ansia, attacchi di panico, insicurezze. Grazie a mia mamma in primo superiore ho scoperto di essere Dislessica. Adesso ho 17 anni e devo iniziare il quarto superiore. Oggi andare a scuola non mi spaventa più, la domenica sera mi guardo un film, come così il lunedì, il martedì e quando ne ho voglia. I pomeriggi faccio i compiti, studio e ad una certa ora chiudo tutto e faccio quello che amo. Ancora mi capita di sentire “Non fare la vittima, hai scelto tu il liceo; cosa ti aspettavi, per tutti è difficile” o “comodo adesso eh”; “quasi quasi anche io mi faccio passare la voglia di studiare”. Prima mi innervosivo tanto. Adesso so che non ne vale la pena; perché dentro di me è tutto apposto. ;)



2. Hai detto che all’inizio non è stato facile per niente. Qual'è stato il momento più duro? 

Ci sono stati molti momenti difficili in questo percorso. Essermi trovata di fronte adulti che non sapevano come svolgere il loro lavoro è stato complicato. In quei momenti di tale fragilità non dover solo convincere me stessa ma anche gli altri che non c'era nulla di sbagliato in me è stato difficile. Dover spiegare come comportarsi e come fare le cose a chi avrebbe dovuto saperlo è stato difficile, perché anche io ho dovuto imparare da capo. Dover spiegare che la dislessia non è una malattia e non “passa” o migliora con esercizio è stato difficile. Spiegare anche che se avevo le mappe non copiavo o dover accettare voti più bassi solo perché avevo una riduzione del programma; dover spiegare che non era una scusa perché non avevo voglia di studiare è stato difficile. Togliendo l’ignoranza delle persone, a cui non ne faccio una colpa, neanche io all’inizio sapevo niente a riguardo; per questo ero arrabbiata... però è bene informarsi sulle cose prima di fare danni aprendo la bocca per dargli aria. Sicuramente penso che il momento più difficile sia stato stato il lavoro di accettazione che ho dovuto fare su di me, imparare a volermi bene, per dare il benvenuto alla mia nuova versione. (É un lavoro che non finisce mai ;) ).


3. Quando hai capito che il DSA non era una colpa e non ti rendeva “sbagliata”?

Per molto tempo mi sono sentita sbagliata e pensavo fosse colpa mia. Poi piano piano ho smesso di giudicarmi e di preoccuparmi di cosa avrebbero detto gli altri, ho iniziato a volermi bene, ho iniziato a conoscermi senza la pretesa di essere infallibile o senza cercare solo difetti, ho iniziato ad ascoltarmi, ad essere dalla mia parte.

Allora li ho capito che non era colpa mia. Non era colpa mia se ero sempre l’ultima in classe, non era colpa mia se non riuscivo ricordarmi sempre tutto a memoria; non era colpa mia se a volte le parole si rendono indecifrabili o cambiavano di significato;non era colpa mi se dovevano ripetermi le cose più e più volte prima di capire un concetto, non era colpa mia se tutto il mio impegno non era abbastanza; non era colpa mia se avevo bisogno dei miei tempi ... e non era colpa mia se i miei tempi erano diversi da quelli degli altri.

Ho riflettuto molto sul significato dell’ ”essere sbagliata“, per molto tempo mi sono chiesta se lo fossi, perché e come potevo non esserlo più. Poi ho pensato anche che cosa fosse il “giusto”: “una verità comune alla maggior parte delle persone e quindi di conseguenza tutta la minoranza è sbagliata perché diversa” mi sono chiesta? Bhè io sbagliata non mi ci sento più e tantomeno essere diversa non mi spaventa più, anzi è quello di cui vado più fiera in un mare di persone perfette e fotocopiate.

4. Come ti ha aiutato la tua famiglia in questo percorso? 

La mia famiglia mi ha aiutata dandomi anche tutto l’amore che non ero in grado di darmi. Con molta pazienza nei miei confronti e nei confronti di chi non capiva. I miei genitori mi hanno sempre supportata e incoraggiata, mia mamma si è battuta per farmi avere e far rispettare i diritti che mi tutelano. Mi hanno ricordato ogni volta che ne avevo bisogno e che non c'era nulla di sbagliato. Mi hanno imparato a ridere e prendere le cose con quella necessaria dose di leggerezza per lasciare andare certe frasi e togliere peso a ciò che non lo merita; mi hanno anche insegnato come ci si rialza, come ci si difende. Hanno saputo chiedermi scusa per quando si agitavano dopo ore e ore sui libri con me da piccola perché pensavano che ero sfaticata oppure quando pensavano che avrei dovuto mettere gli occhiali perché leggevo male . Mi hanno chiesto scusa per non essersi fidati del loro istinto e aver ascoltato le maestre, i professori che ai loro dubbi rispondevano: “ma no, quello è il suo modo di essere Matilde”. Mi hanno insegnato che si può sbagliare, basta accorgersene e ammetterlo. Mi hanno insegnato ad essere fiera di me e sono grata a tutto questo perché so che non è scontato.



5. Hai detto che all'inizio non accettavi di avere bisogno di aiuto. Cosa ti ha fatto cambiare prospettiva?

No, come ho già detto io aiuti non li ho mai voluti o tantomeno chiesti. Pensavo che chiedere agli altri di darmi una mano in qualcosa che non riuscivo a fare avrebbe messo in mostra le pie fragilità, il fatto che non sono in grado di fare qualcosa, che non ne sono capace. Ricordo le prime volte che ho iniziato ad utilizzare gli strumenti compensativi a scuola, non li volevo, li nascondevo, facevo in modo di non farli vedere ai miei compagni, mi sentivo in colpa perché pensavo di essere avvantaggiata rispetto agli altri, pensavo di star prendendo la scorciatoia e di vincere facile, cosa che a me non è mai piaciuta. Avevo iniziato ad ottenere buoni risultati senza faticare più come prima; senza sentirmi priva di energie, senza dedicarci tutto il mio tempo e quei risultati all’inizio sentivo di non meritarli, perché ero abituata a dare sempre tutto fino a svuotarmi sopra i libri e adesso che non era più così mi sentivo di non star facendo abbastanza, di non star facendo più il mio dovere. Finivo per credere a frasi come “ehhh così sono bravi tutti” o “ che culo” oppure “Tu sei intelligente, hai sempre fatto senza fino ad adesso, perché dovresti usarli ora, se ti impegnassi davvero non ne avresti bisogno”, “non te ne approfittare”... . Queste cose mi facevano impazzire. Mi creavano una rabbia e una tristezza enorme e cercavo di spiegare e giustificare che io neanche li volevo questi aiuti, non l’ho scelto io!!! 

Ho sempre pensato che le cose arrivate senza enormi sacrifici e sudore non valessero nulla; perché per me era sempre stato così. Poi mi è stato detto: "Non devi per forza sfracellarti per terra per meritare la felicità" e “È come se tu avessi sempre corso una maratona senza vedere chiaro e nitido come gli altri, dal momento che hai gli occhiali che ti permettono di correre all loro stesso livello; non di più;non di meno, CORRI E GODITELA senza alcun tipo di problema e lascia parlare chi non ha mai corso con le tue scarpe o in questo caso senza occhiali, lo devi alla piccola te ” ;) !



Questa cosa mi fece cambiare completamente prospettiva. Da lì non provai più vergogna, senza di colpa, rabbia per chi parla senza sapere, era nato in me solo il dovere di proteggermi e la voglia, il desiderio che da quel momento non sarei mai più voluta tornare indietro e che mi sarei goduta tutto il tempo libero che prima non avevo mai avuto senza sentirmi in colpa, anzi, avevo capito che era ciò che più meritavo.



6. Come hai conosciuto AID e cosa ha significato per te iniziare a seguirci?

Ho conosciuto AID tramite la mia tutor DSA. Come ho già detto, io ero contro a tutto questo, poi mia mamma si è iscritta e un giorno mi manda un video di un attore, Giampaolo Morelli, che parla di dislessia in quando dislessico. Questo per me ha significato tantissimo; ero talmente felice; come se qualcuno mi avesse detto: “Visto, l’ho fatto io, puoi farlo anche tu, non è un limite!!!!“. E da li iniziando a seguire sempre di più ho scoperto tante, ma tante altre grandi persone dislessiche. Iniziare a seguire questa associazione mi ha dato molta sicurezza e soprattutto all’inizio mi ha fatto sentire ascoltata, meno sola e capita davvero. Una realtà dove nessuno giudica o dice cose senza sapere. Una realtà che con il suo motto e con gli occhialoni color turchese mi ha detto la forza e l’ispirazione di cui avevo bisogno.



7. Hai scritto un albo illustrato che si chiama “Un altro modo di vedere il mondo”. Come è nata questa idea e di cosa parla?

La mia scuola metteva a disposizione alcune attività pomeridiane e quella dell’albo illustrato mi colpì particolarmente. Amo l’arte e tutto ciò che è creativo ma quello che aveva catturato la mia attenzione era la possibilità di raccontare qualcosa; qualunque cosa volevamo. E io avevo tanto da dire. Così dopo diverse lezioni su come funzionava questo progetto interamente fatto da noi, siamo arrivati al punto di dover pensare a che cosa volevamo raccontare e come farlo. Sapevo che volevo parlare di dislessia e far arrivare il libro e la mia storia a chiunque ne avesse avuto bisogno, ma non sapevo ancora come farlo. Dovevo trovare qualcosa alla mia portata! Qualcosa di semplice che parlasse di me al posto mio. Tra varie prove, schizzi, fogli strappati, cancellature, bozzetti ecc. avevo capito che il soggetto doveva essere una Lumachina (quello che sono sempre stata). C’era una cosa però che non mi convinceva: non volevo parlare esclusivamente solo e soltanto di dislessia. La me del primo superiore non l'avrebbe neanche guardato un libro del genere, volevo qualcosa di più generico, qualcosa dove ognuno si poteva immedesimare in Lumachina con la propria “diversità” senza limiti. Per questo motivo non parlo esplicitamente di DSA. Ovviamente però io volevo raccontare della mia storia, della mia Lumachina e seguendo la pagina dell’associazione mi ero innamorata degli occhialoni e dello slogan che erano perfetti per la storia che avevo in mente.

Da lì in poi; piano piano tutto ha preso forma. Non volevo nessun’altro titolo se non “Un altro modo di vedere il Mondo” perché lo sento così vero e rappresenta esattamente ciò che è stato per me. Questo albo illustrato parla di Lumachina; una lumaca come le altre che però ogni tanto inciampa, finisce in qualche buca senza volerlo ed è sempre la più lenta, sempre l’ultima. Una Lumaca che si sente diversa, ma che grazie ad un paio di occhiali; ha conosciuto e imparato “Un altro modo di vedere il mondo” e ottenuto la sua rivincita. 



8. Cosa vorresti dire ad un ragazzo o una ragazza che in questo momento si sente sbagliato e pensa sia colpa sua?

So che adesso ti sembra tutto difficile e sbagliato e vedi tutto nero, sappi che passerà, te lo garantisco. Ma devi trovare il coraggio di ricominciare. Non avere paura delle tue fragilità e di ciò che ti rende diverso. Non ascoltare gli altri; troveranno sempre qualcosa da dirti contro, concentrati piuttosto su di te. Chiedi aiuto se ne senti il bisogno ... ci vuole molto più coraggio ad ammettere che a volte non possiamo fare tutto da soli!! Non c’è nulla di male in questo; sarà anzi la dimostrazione di quanta forza hai . In un mondo in qui tutti sono invincibili tu impara a fermarti; siediti pure se ne hai voglia; ricordati che sei il tuo sostenitore numero 1 e poi riparti con più amore e forza di prima. Non siamo in competizione con nessuno, a volte questo ce lo dimentichiamo presi dal dimostrare il nostro valore. E come dice Lumachina: magari in questo mondo che corre veloce non saremo sempre i primi, ma chi ha detto che per “vincere” bisogna esserlo per forza... io ero sempre ultima, eppure oggi ho imparato a vedere il mondo a colori ... per me oggi ho “vinto” io. 



9. Hai scritto una cosa bellissima: “A volte le persone non ti capiranno e va bene così, adesso mi capisco io”. Come ci sei arrivata?

Ho sempre pensato che il problema fossero gli altri. Volevo andare bene per gli altri. Mi preoccupava che cosa avrebbero dettò di me se sapevano delle mie difficoltà, che cosa avrebbero pensato se vedevano che avevo degli strumenti compensativi; avevo paura che mi considerassero stupida, non all’altezza. Finché ho capito che tutte queste paure erano il riflesso di ciò che vedevo io. Ero io la prima che si sentiva non all’altezza, stupida, ero io che non accettavo di aver bisogno di aiuti ... il vero problema non erano gli altri, era ciò che io pensavo di me.

Ed è da lì che sono dovuta ripartire, da me. E quando fai pace con te stesso, quello che pensano gli altri, in maniera molto semplice e naturale (non saprei spiegare bene come ), smette di avere importanza forse perché sotto tu sai che cosa hai passato e cosa davvero meriti. Certo, mentirei se dicessi che è sempre così facile, a volte alcune parole dette con superficialità e tanta ignoranza possono rimbombare nella testa all’infinito; ma è li che dobbiamo ricordarci che andiamo bene così come siamo e non dobbiamo spiegarci a nessuno. Basta che ci capiamo no!! ;)



10. Cosa significa per te oggi avere un DSA?

Ricordo di aver visto un video di una ragazza con DSA (Beatrice Lambertini, n.d.r)che cantava questa canzone scritta da lei, che parlava di superpoteri; leggevo frasi come “ho tanti difetti ma almeno sono dislessico” oppure “ é il mio punto di forza “ ... e davanti a questo io rimanevo incredula. Io mi detestavo e mi sentivo stupida e questi parlavano di forza e superpoteri: “bhè tenetevelo voi questo superpoteri io non lo voglio” dicevo. Oggi se ripenso a tutto questo mi viene da sorridere, non avrei mai immaginato di arrivare a tanto; prima non potevo capire ... ma oggi sento anche io di avere un "superpotere" se così lo possiamo definire; che quella che consideravo la mia debolezza più grande si è rivelata in qualche modo il mio più grande punto di forza, sicurezza, amore, a cui devo la persona che sono oggi. E soprattutto significa aver fatto pace con la bambina che ero, che per tanto tempo non è stata capita.

...

Grazie Matilde, davvero!

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